Nepal in fiamme: le proteste, la repressione e la frattura generazionale che minaccia la stabilità della (instabile) democrazia

Il Nepal è entrato in una nuova fase del suo processo democratico: una fase in cui le istituzioni dovranno scegliere se adattarsi a una società che cambia, oppure rischiare di essere travolte da un’ondata di cambiamento che, se repressa, potrebbe trasformarsi in qualcosa di ben più pericoloso

Kathmandu. Per oltre una settimana, le strade del Nepal sono state al centro di un confronto senza precedenti tra una la nuova generazione (la così detta gen X) ed un sistema politico percepito come autoritario, corrotto e incapace di evolversi. Quella che era iniziata come una protesta contro il blocco delle piattaforme social è rapidamente degenerata in una crisi politica, con un bilancio tragico: almeno 19 morti, centinaia di feriti, e un Paese profondamente spaccato.

Il ban dei social media

Il 2 settembre, il governo del Primo Ministro K. P. Sharma Oli ha annunciato la sospensione di 26 social network tra cui Facebook, Instagram, WhatsApp e X (ex Twitter), accusandoli di non rispettare le normative locali sulle telecomunicazioni. Il provvedimento, giustificato ufficialmente come una misura contro la disinformazione, è stato subito interpretato da molti come un tentativo autoritario di silenziare il dissenso. La reazione è stata immediata: in un Paese con una popolazione molto giovane, iperconnessa, la decisione ha fortemente impattato sulla libertà, di espressione in primis ma anche sulla possibilità di interscambio ed organizzazione sociale, innescando un’ondata di manifestazioni spontanee, specialmente da parte della Gen X. “Non era solo per Facebook. Era per il diritto di parlare, di chiedere giustizia, di vivere in un Paese libero”, ha detto Aryan Shrestha, 22 anni, uno degli studenti in piazza a Kathmandu.

Le proteste, però, non sono state solo una reazione a un blocco digitale. Per molti, il divieto è diventato il simbolo di un sistema che non ascolta, non cambia, e continua a ignorare le richieste di trasparenza, equità e rappresentanza. Parliamo di un governo accusato di corruzione endemica, clientelismo, che accanto a problematiche ataviche legate alla disoccupazione giovanile, instabilità cronica (14 governi totalmente incerti in 17 anni di democrazia) oltre che servizi pubblici inefficienti, ha innescato una frustrazione sociale che ha trovato nei giovani il suo catalizzatore più potente, quei giovani che mirano al modello occidentale come evoluzione sociale e lavorativa. Secondo l’Asian Democracy Index, il 67% dei giovani nepalesi sotto i 30 anni non ha fiducia nelle istituzioni politiche del Paese, gli stessi giovani che contestano fortemente le condizioni privilegiate dei così detti nepo kids, i figli dei politici.

La repressione da parte del governo

La reazione da parte del governo è stata durissima: nel tentativo di arginare la crisi le forze dell’ordine hanno utilizzato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e – in alcuni casi – munizioni. Le conseguenze sono state 19 vittime, tra cui anche minorenni, e centinaia di arresti. Ma la forte pressione, interna ed esterna, ha costretto il governo a fare marcia indietro. L’8 settembre, dopo sei giorni di scontri, il ban (il blocco delle 26 piattaforme) è stato ritirato e il Ministro dell’Interno Ramesh Lekhak si è dimesso. Ma la crisi è tutt’altro che risolta. Ciò che in effetti sta emergendo è una frattura sempre più netta, come se esistessero tra due Nepal: uno tradizionale, rappresentato da élite politiche e istituzioni consolidate, spesso legato a logiche post-monarchiche e l’altro, giovane, urbano, digitale, che chiede una vera democrazia, accountability e partecipazione. Nel mezzo, si fa strada una nuova dimensione del conflitto, da tenere in forte considerazione: il ritorno del discorso monarchico. Alcune fazioni più conservatrici hanno approfittato del caos per chiedere il ripristino della monarchia costituzionale abolita nel 2008. Un segnale che la transizione democratica, mai del tutto consolidata, potrebbe essere a rischio.

Geopolitica e interessi regionali

L’importanza di questo “piccolo” Stato va al di là delle sue dimensioni geografiche (150 mila km quadrati con i suoi circa 30mil di abitanti): è infatti schiacciato tra due potenze, ossia India e Cina, entrambe attori interessati alla stabilità del Paese come alla sua influenza politica e strategica. New Delhi osserva con preoccupazione l’instabilità interna, temendo una possibile radicalizzazione dei movimenti giovanili e – non da poco – l’effetto domino nella regione mentre Pechino mantiene una posizione cauta, pur monitorando con attenzione il rischio che proteste filo-democratiche si estendano anche alle zone tibetane. Nel frattempo, ONG internazionali e osservatori ONU hanno chiesto un’inchiesta indipendente sull’uso della forza e sulle violazioni dei diritti umani in questa ultima escalation.

Prospettive e rischi

La crisi ha messo a nudo tutte le debolezze strutturali del Nepal: un sistema istituzionale fragile, partiti politici scollegati dalla base, e un apparato statale incapace di leggere i cambiamenti sociali. Ma ha anche mostrato una forza nuova: una generazione pronta a lottare per una democrazia vera.  A questo punto il governo potrebbe approfittare del momento per tentare un’agenda riformista, anche se la fiducia è ormai al minimo o al contrario potrebbe tendere ad una nuova stagione repressiva, anche se la forte reazione nepalese ha creato uno spartiacque oltre che un precedente.

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