Niccolò Lucarelli racconta le relazioni tra Italia e Albania nella prima metà del ‘900

All’avvio del ‘900 i territori balcanici abitati dagli albanesi fanno quasi interamente parte dell’Impero Ottomano. Le elitè albanofone stanno maturando la coscienza che l’autonomia politico-culturale di queste terre costituisce una necessità al fine di creare una identità nazionale emancipatoria sia nei confronti di Costantinopoli sia verso i vicini stati indipendenti di Serbia, Montenegro e Grecia, i quali nutrono mire territoriali sulle aree albanesi. Nel caso dell’eventuale dissoluzione dell’Impero Ottomano due potenze adriatiche, Italia e Austro-Ungheria, hanno raggiunto nel 1897 a Monza una convergenza per creare uno stato albanese autonomo. Il libro di Niccolò Lucarelli “Le relazioni fra Italia e Albania. 1910 – 1940”, uscito per i tipi della casa editrice Mursia nel 2025, avvia la sua narrazione partendo da questa fase storica ed esplora come Roma liberale e fascista irradia la sua presenza nel Paese delle Aquile, il cui territorio costituisce strategicamente – attraverso il suo affaccio marittimo – una porta d’entrata nei Balcani dall’Europa Occidentale.

Scritta con un preciso intento di dimostrare che il legame tra i due paesi possiede una longeva base storica, l’opera è ricca di citazioni da fonti documentarie italiane, tedesche e statunitensi d’epoca, descrivendo anche esaustivamente attività e dispiegamento militare del Regio Esercito in Albania nei periodi 1914 – 1920 e 1939 – 1940.

Nato a Prato e laureato in Studi Internazionali, il Lucarelli storico è specializzato in vicende militari della storia contemporanea, collaborando con il periodico istituzionale delle Forze Armate “Rivista Militare” ed avendo scritto precedentemente le opere “Italiani in Albania. 1939-1945” (2021), “Operazione Bagration. L’Armata Rossa contrattacca” (2022) e “Le Camicie Nere in Africa. 1923-1943” (2023).

Proclamata nel 1912, l’indipendenza dell’Albania viene garantita dalle sei grandi potenze europee dell’epoca (tra cui Roma, che l’appoggia con forza) immettendo il nuovo stato nella cornice istituzionale di un principato neutrale retto dal principe tedesco Wilhelm Wied. Le sfide contingenti del sovrano sono tre: controllare le ambizioni di potere dei notabili locali legati al vecchio sistema ottomano, domare una rivolta sociale a tinte turcheggianti che esplode nell’Albania Centrale all’arrivo del principe e rintuzzare la ribellione degli elementi nazionalisti greci nel Sud che chiedono l’unione ad Atene della parte meridionale del nuovo stato. Roma approfitta del caos albanese – aumentato d’intensità in seguito all’allontanamento di Wied nel settembre 1914 – per intervenire militarmente nell’area costiera di Valona e firmare nel 1915 il Patto di Londra con Francia, Russia e Gran Bretagna, accordo che le promette l’annessione di quel territorio ed il protettorato su un nuovo stato neutrale da creare nell’Albania Centrale dopo la Prima Guerra Mondiale. In seguito alla fine del conflitto l’attenersi alla linea del Patto avvelena il rapporto italiano con il nuovo governo di Tirana, deciso a preservare i confini nazionali stabiliti dopo l’indipendenza. Nel 1920 una ribellione costringerà le truppe italiane ad abbandonare Valona ed il Patto rimane disatteso.

Per realizzare un ritorno dell’influenza italiana in Albania il regime fascista trova convergenza nel bisogno del paese balcanico di ammodernarsi e dotarsi di solide istituzioni. Il nuovo uomo forte di Tirana è il nazionalista Ahmet Zogu, al potere nel 1924 – 1939. La penetrazione ambita da Roma si struttura in due trattati italo-albanesi del 1926 – 1927, con i quali Tirana entra coscientemente nella sfera d’influenza italiana.

L’Italia occuperà il territorio albanese nel 1939. Dentro l’impero fascista l’Albania fatica ad assimilare i concetti della dottrina di Roma ed inserirsi compiutamente nella nuova compagine, malgrado l’immissione di capitali e realizzazione di opere pubbliche promossa dagli italiani.

Un preciso valore del libro di Lucarelli è nell’attenta descrizione analitica dei fatti della fase finale di rivolte antiottomane albanesi e travagliate vicende del nuovo stato nel periodo 1912 – 1924, cicli parte di un risiko nel quale attori autoctoni e potenze esterne operano per crearsi reti di influenza dentro un contesto nel quale manca una forte autorità centrale. Per plasmare la sua impronta sul paese balcanico l’Italia deve sempre interagire con le posizioni dei protagonisti del mosaico: notabili albanesi ed esuli politici alla ricerca di fette di potere internamente e riconoscimento internazionale, membri della comunità storica degli albanesi d’Italia (quali l’avvocato mazziniano Terenzio Tocci), le grandi potenze europee, gli Stati Uniti brevemente dopo il 1918, i vicini dell’Albania Serbia, Jugoslavia e Grecia. Tra gli attori internazionali da considerare il Regno d’Italia risulta il più coinvolto. A Roma, però, manca una strategia coerente all’esercizio del suo peso dentro un rapporto con gli albanesi dotato di intensità ma senza fiducia reciproca.

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Gjergji Kajana
Classe anni ’80, albanese, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Giornalista freelance dal 2009 per la stampa albanese in madrepatria e Italia e siti d’informazione italiani, dove spicca Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. Focus d’interesse l’Albania, la sua diaspora e i Balcani in particolare, le relazioni internazionali e la geopolitica in generale. Nel 2019 – 2021 impegnato presso l’Ambasciata d’Albania in Italia in un programma ONU sulla diaspora albanese.

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