No Other Choice di Park Chan-wook: tra estetica e ironia

Un capolavoro tra estetica vertiginosa e ironia che mostra l’uomo-lavoro nella sua completa irrilevanza

Nell’ultimo Park Chan-wook, ironia e pessimismo (insieme ad una regia strepitosa) si fondono, restituendo un ritratto del lavoro e dell’uomo contemporaneo che è insieme feroce, disturbante e magistralmente “Cinema”. Adattando The Ax di Donald Westlake (già portato al cinema da Costa‑Gavras), il maestro koreano sposta il baricentro dal pamphlet iniziale a una tragicommedia dell’umiliazione. Una satira durissima in cui l’uomo è fotografato proprio nel momento in cui il lavoro smette di definirlo, trasformandolo in spettatore della propria sconfitta.

Man-su (Lee Byung-hun) è il ritratto di un borghese di successo: venticinque anni nella stessa azienda, la Solar Paper (producono carta), una famiglia felice, due figli, due cani, una casa immersa nel verde e un’anguilla come premio aziendale. Il film si apre su questa felicità dal sapore di uno spot consumista: movimenti di macchina fluidi, musica orchestrale, una coreografia domestica che ostenta equilibrio. È un equilibrio già morto. La Solar Paper è stata acquisita da una multinazionale americana e Man-su è licenziato. La sicurezza, la routine, il rispetto accumulato in decenni: tutto svanisce. La frase “no other choice”, è una formula di cortesia che il nostro eroe si sente dire da chi lo ha licenziato, parole sintetizzano il cinismo di un mondo che non offre alternative, dove ogni morale è subordinata al profitto. La perdita del lavoro è filmata come una sottrazione silenziosa di identità. Il mondo interiore di Man-su crolla mentre fuori tutto continua senza di lui.  La moglie Me-ri (Son Ye-jin), cerca di mantenere una calma apparente, mentre la loro vita scivola tra vendite di mobili e rinunce continue (“niente più Netflix!”).  Disperato, Man-su concepisce un piano folle: eliminare fisicamente i candidati concorrenti di un colloquio di lavoro. Ogni tentativo di omicidio è goffo, maldestro, spesso ridicolo. Man‑su non sa uccidere. Sbaglia, improvvisa, fallisce per poi riuscire. Ogni omicidio è un’evoluzione interiore, un incontro con i suoi simili, un rituale tragicomico di redenzione dove la violenza come estensione della sua impotenza, non come liberazione.

Il film procede come se fossero più film cuciti insieme. Ogni “obiettivo” raggiunto ne apre un altro, fino a un finale che Man‑su percepisce come un lieto fine, ma che Park carica di cinismo assoluto. Il regista koreano filma il suo eroe come un personaggio alla Tati intrappolato in un mondo morale da Oldboy: un buffone che diventa assassino perché il sistema non gli concede altro ruolo. La frase “No other choice /non ho altra scelta”, usata dal linguaggio aziendale per giustificare licenziamenti e automatizzazioni, diventa una condanna universale.

Park trasforma il cinema in specchio crudele: ridiamo delle gaffes di Man-su, ma il ridere è amaro, perché sappiamo che potrebbe essere ciascuno di noi. Mostra il disagio e stringe il cappio. Lavora per contrasto, come spesso nel suo grandissimo cinema, ma qui il risultato è più secco, più pessimista. Non c’è catarsi. C’è accumulo. Come in De Sica, il lavoro definisce l’identità; come in Petri, l’uomo è sostituibile; come in Bong Joon-ho, il capitalismo è un incubo sistemico.

Le ultime sequenze nella fabbrica automatizzata mostrano macchinari che lavorano senza supervisione umana, una produzione di carta. La sostituzione dell’uomo con la macchina è totale, economica ed esistenziale. Il capitalismo ha completato la sua opera: l’uomo non serve più, nemmeno come carnefice. L’introduzione dell’intelligenza artificiale non è futuristica: è già presente, già normale. Il lavoro non definisce più l’uomo; lo sostituisce.

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