Parola al linguista: il romanesco dialetto o parlata in divenire

Forse chi ha avuto la fortuna o sfortuna di vivere in un ambiente “purista” della lingua si è sentito dire spesso “Non parlare in dialetto, parla in italiano”. Ciò in quanto specie da bambini può avvenire che si venga adottato un modello educativo che punti a valorizzare l’italiano standard, quest’ombra nera che avvolge il modo in cui parliamo e che, sappiamo bene, in realtà non esiste come entità perfetta. Il dialetto è quantomai sottovalutato e demonizzato, ma per fortuna non sempre. I dialetti non sono da disprezzare a discapito dell’italiano, anche se naturalmente generano delle difficoltà. La principale accusa che si fa ai dialetti è quella di non poter essere compresi da tutti gli italiani, anche se – non senza una buona dose di vis polemica – non possiamo affermare con assoluta certezza che, di contro, tutti gli italiani capiscano l’italiano.

Un dialetto che non sembra incorrere in questo “inconveniente” è il romanesco, essendo un codice linguistico assai simile all’italiano. Ecco perché a riguardo, spesso, non si parla di “dialetto”, bensì di parlata. Come ci insegna anche il mondo dell’intrattenimento, il romanesco è una lingua perfettamente comprensibile da ogni italiano, anche se i detrattori di Zerocalcare forse non saranno d’accordo (ci riferiamo con questo alla polemica sull’uso eccessivo del romanesco nella sua serie Netflix Strappare lungo i bordi). Anche per questo, il romanesco è un idioma facilmente imitabile e le cui caratteristiche principali e peculiari sono riconoscibili agilmente anche da i non romani e dai profani non linguisti.

Affermare con certezza se si tratti di dialetto o parlata è impossibile e anche controproducente: è bene che in divenire sia il dibattito come è in divenire il romanesco. Anche perché bisogna capire di quale romanesco si parla. Quello che conosciamo adesso non è come è sempre stato, cosa che vale per qualsiasi lingua – e quindi anche per i dialetti, senza volerci addentrare sulla differenza fra i due termini – che è in continua evoluzione; ma è una storia curiosa quella del romano in quanto, a differenza di altri dialetti, nessuno come di questo ti dirà “Non esiste più il romano propriamente detto, per sentirlo devi anna’” e ti indica qualche luogo molto “popolare”. Il volgare parlato a Roma nel Medioevo ha subito una “toscanizzazione” – con buona pace di Stanis La Rochelle, dobbiamo ammettere che anche se i toscani hanno devastato il nostro paese, hanno contribuito alla formazione del romanesco – maggiore rispetto ad altri dialetti laziali, le cui trasformazioni e varianti sono meno note, ed è questo il motivo per cui ancora oggi nessuno parla di dialetto “laziale” anche se magari si esprime in romanesco qualcuno che non è propriamente di Roma. Pochi sanno che in Italia si è cercato di passare dal romanesco al “romano colto” come lingua ufficiale all’epoca del Fascismo, ma la caratterizzazione colta di questo dialetto è sparita e lo si addita, come ormai tutti i dialetti, come qualcosa di “volgare” o “basso”. Eppure, proprio per la sua vicinanza con l’italiano, il romanesco – termine che nasce come dispregiativo, ma che non usiamo in quel senso – è estremamente agevole. Tracciamo qualche piccola caratteristica, giusto per divertimento.

Quando e se volessimo imitare il romanesco, da non romani, ad esempio, effettueremo una serie di trasformazioni fonetiche, che “allontanano” questo codice linguistico dall’italiano, trasformazioni che sono proprie di qualsiasi dialetto, ma che ci danno l’illusione d’una maggiore facilità e rapidità quando si tratta del parlato romano. Un esempio banale può essere il rotacismo. Prendiamo la celeberrima barzelletta del Cavaliere bianco e il cavaliere nero di Gigi Proietti; sembra quasi un’eresia scriverla così perché tutti ricordiamo er cavaliere bianco. Er è un esempio di rotacismo, ovvero quella trasformazione fonetica che fa passare da /l/ a /r/ se questa è seguita da consonante. In modo analogo, l’affricazione della /s/ in /ts/: per intenderci, la s di Sole si trasforma in una consonante detta affricata – in quanto prodotta in due fasi, non ci dilunghiamo su questo – che trascriveremo come /ts/ e per intenderci è il motivo per cui i romani non sembrano dire “persona”, bensì “perzona”. Quest’ultima trasformazione avviene non sempre e, quand’unque avvenga, solo quando la s è preceduta da n, l o r (per intenderci, bene “er zole”, invece di “il Sole”, malissimo “er cazo” invece di “il caso”, non solo perché si rischia di sembrare volgari).  Da linguisti legati ai dialetti anche per le loro derivazioni, non si può poi non essere affascinati dalle evidente somiglianze tra il romanesco e il latino antico. Ricordiamo Carlo Verdone: ‘sta mano po esse fero o po esse piuma. In questa frase riconosciamo alcuni fenomeni interessanti del romanesco. “Po” sarebbe “Può” con un dittongo mobile che in romano sparisce, essendo frequente il mancato dittongamento, tipico latino: in latino si dice “bonum”, in romano si dice “bono”, in italiano, invece, “buono”, avviene anche con “core”, più vicino al latino “cor”. Non è un fenomeno che avvicina il romanesco al latino, ma possiamo notare anche la riduzione della doppia r: “fero” non è il verbo latino ma è chiaramente la versione romana di “ferro”. Un esempio che invece lega tantissimo latino e romano è il verbo essere, in latino sum, il cui infinito in latino è esse.

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