La rubrica di Margherita Schirmacher – Primo Battito – è una costante della Fiera più libri più liberi; spicca tra gli eventi per l’originalità e l’attesa che, anno dopo anno, suscita tra gli appassionati del genere. In questa edizione, gli esordi intervistati dalla curatrice negli ultimi giorni dell’evento (7/8 Dicembre ‘25), sono stati Diego De Silva e Ilaria Gaspari; due nomi noti della narrativa contemporanea, corteggiati da grandi editori con record di vendite ma, nel dialogo con Margherita Schirmacher, si raccontano nell’istante magico dell’opera prima, la prova che li ha esposti al grande pubblico, con la complicità e il sostegno di una piccola casa editrice che ne ha difeso il talento. La conversazione funziona specie quando l’autore mediante i temi aperti con le domande, mostra di sé lati inediti e, senza far scudo alle emozioni, è scosso nel sentire l’incipit del primo romanzo, con cui Schirmacher è solita aprire l’incontro. Di seguito, alcune battute con Diego De Silva.
Che cosa è cambiato e cosa è rimasto del tuo romanzo d’esordio (La Donna di Scorta, Pequod, 1999)?
Provo fastidio nel pensare che sono passati 26 anni; lo ricordo molto bene poiché è l’anno di nascita di mia figlia, che ha appunto la stessa età dell’opera. È da un può che non rileggevo le prime pagine ma trovo un collegamento con Mancarsi(Einaudi, 2013), un altro romanzo in cui parlo del concetto di disincontro a cui sono molto legato. È un tema che sviscero spesso nelle prose, poiché è la metafora della scrittura; ovvero, l’esistenza di due persone perfette per incontrarsi ma, i casi della vita, li tengono distanti e per sempre sconosciuti. Tale presupposto governa la letteratura; la storia è solo un pretesto per scrivere una mancanza, qualcosa che poteva essere ma non è stato.
Il primo romanzo è spesso associato a un momento zero nella vita privata. Quando hai capito di poter fare lo scrittore?
Ho avuto vari momenti in cui questo mestiere si è svelato affine a me; sono stati attimi diversi avvenuti a distanza di anni in cui, la progressione verso questa figura, è stata sempre più consapevole. Il primo scritto è stato un referto lucido della morte del mio pappagallo; ero alle elementari e il maestro leggendolo faceva delle piccole pause, portando spesso lo sguardo sul mio volto e guardandomi come mai prima; avevo percepito di aver fatto qualcosa di buono.
Crescendo, ho capito che lo scrittore poteva essere un lavoro quando mi sentivo mediocre in quello che conducevo; ho studiato giurisprudenza e poi sono diventato avvocato con l’unica forza che conoscevo: l’inerzia. Tra le aule dei tribunali, ho visto la figura del legale sgretolarsi dall’uomo forte e indipendente generalmente diffusa; da lì nasce il personaggio Malinconico. Tuttavia, un altro spirito aveva preso dimora nella mia testa e voleva essere raccontato; avevo letto un fascicolo di un giovane che, facendo appello alla sua impunità, aveva aiutato i traffici di camorra. Quando ho letto quella testimonianza ho deciso che dovevo raccontare di lui, pensando e parlando la sua lingua, che ho poi definito italiano scorticato. La fedeltà lessicale si spiega col registro narrativo: sono sempre stato contrario alle operazioni di pulizia linguistica, tendono a rendere l’opera una storiella e io, alle storielle, preferisco la noia.
Com’è scrivere senza l’avvocato Malinconico, dopo di lui e senza di lui?
Con l’avvocato Malinconico ho soddisfatto un piacere che provo verso i libri che fanno ridere; opere che hanno un alto rapporto con la scrittura, la parola, e ti fanno incappare nella verità divertendo, facendo a brandelli l’acquisizione consapevole. Con Malinconico sono riuscito nella letteratura umoristica, tuttavia, senza di lui ho colmato l’assenza con strutture narrative curate e lessico di grande rigore. In particolare mi riferisco a I Titoli di coda di una vita insieme (Einaudi, 2024), un romanzo che considero riuscito, dove ho tenuto il controllo della prosa, affrontando la tematica dell’addio, le parole dell’abbandono, e lo sgomento della solitudine che ne segue.
Dopo Diego De Silva, ai microfoni di Margherita Schirmacher è passata Ilaria Gaspari; il suo esordio per Voland nella collana Amazzoni, viene ripercorso dopo 15 anni dal primo battito.
Che emozioni ti suscita il romanzo, ricordi quando l’hai scritto? È stata pensata la scelta di usare la prima persona?
Quando ho sentito l’incipit dell’Etica dell’acquario l’ho riconosciuto e, al tempo stesso, mi sono sentita aliena a quell’attacco. L’ho scritto in un pomeriggio parigino di 15 anni fa, dentro una biblioteca di soli volumi gialli. Da lì, l’ispirazione di scrivere una storia simile. La scelta della prima persona è venuta di getto, credo possa spiegarsi con la passione per il mondo della recitazione che, non avendo il talento per fare l’attrice, ho cercato di colmare nella scrittura. Inoltre, l’idea di mettersi nei panni degli altri è molto seducente; mi affascina pensare che la vita del singolo sia unica ed irripetibile ma, mettendola in parola, può essere dominio di tutti.
I tuoi personaggi hanno un aspetto definito, cosa è cambiato negli anni nei corpi che hai descritto?
Il corpo è sempre stato fondamentale in tutti personaggi che ho narrato, è lo spazio dove le esperienze si concretizzano ed è ciò che ci rende simile agli altri, almeno nei tratti somatici generali. Sono sempre stata crudele con il mio corpo, e questo si evince nel romanzo d’esordio in cui replico questa dinamica nella protagonista. Con gli anni ho assunto una posizione più indulgente, ho meno timore di essere osservata e di osservare; un istante cruciale che ho deciso di metaforizzare nel titolo Etica dell’acquario: un luogo chiuso, dove si è guardati, dove si può guardare all’esterno, pur accettando i confini della struttura che contiene.
Il romanzo è ambientato nella Normale di Pisa, e descrive alcuni riti dedicati alle matricole: hai subito delle accuse per come hai descritto quell’ambiente?
All’inizio non è stato semplice; ho esposto un problema che ho subito personalmente, riguardo riti goliardici dedicati alle matricole. Alcuni mi hanno criticato, ma ho anche trovato parole di conforto in chi si è riconosciuto in quella storia e ha espresso solidarietà. Nel 2015 i social erano già presenti, ma la percezione di quanto potevamo condividere era parziale; oggi, anche grazie al loro utilizzo, certi temi sono molto sensibili e l’atteggiamento di disprezzo è unanime.
Il tuo ultimo lavoro, un racconto breve sul vizio del rubare, mi ha condotto ha una frase di Dickinson che recita così: ‘Quando doni qualcosa a qualcuno nessuna te la può rubare’. Tu doni la tua voce ai personaggi?
Credo di sì, non ha senso mettersi al riparo dalle cose preziose di questa vita, dunque, tanto vale donarle e possederle per sempre.
Con Ilaria Gaspari, si chiude la rassegna Primo Battito a Più libri più liberi. È emozionante pensare come nello spazio esposizioni, poco distante dai luoghi dell’intervista, ci siano centinai di editori pronti ad accompagnare autori sconosciuti verso l’opera d’esordio e, ancora più assurdo, è celebrare il loro successo come nomi noti, nello spazio in cui tutto è iniziato. L’appuntamento, dunque, è rinnovato all’anno prossimo con Margherita Schirmacher e altri primi battiti.






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