Quando l’unilateralismo supera il diritto internazionale: il caso Venezuela e il pericolo dell’effetto domino globale

Il Consiglio di Sicurezza ONU si riunisce d’urgenza dopo l’arresto di Maduro: Russia e Cina condannano l’intervento, l’America Latina allerta per la sovranità violata mentre il mondo osserva le possibili ripercussioni globali

La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ha scosso la diplomazia mondiale. In un’operazione militare (Operation Absolute Resolve) annunciata dal presidente statunitense Donald Trump, Maduro e sua moglie sono stati catturati a Caràcas e trasferiti entrambi negli Stati Uniti per essere processati per narcoterrorismo. La mossa, difesa da Washington come applicazione di leggi interne contro il crimine transnazionale, è stata interpretata da molti analisti come una violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato e sancisce il principio di non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi.

Per la comunità internazionale, il rischio è che la realpolitik riemergente si sostituisca alle norme pattuite di ordine pubblico globale, aprendo la porta a interventi unilaterali giustificati da pretesti giuridici o politici a discapito della sovranità e chepiuttosto diventi un precedente: Trump infatti ha già annunciato possibili ingerenze in Groenlandia, Colombia, Cuba e Paraguay. In Danimarca la reazione è stata netta: la prèmier di Copenhagen ha respinto con forza ogni idea di acquisizione o annessione della Groenlandia, definendo “inaccettabile” la retorica statunitense e ribadendo il rispetto della sovranità danese sul territorio strategico nell’Artico. A Cuba, la leadership ha bollato l’azione statunitense come “terrorismo di Stato”, denunciando i rischi per la sicurezza nazionale e l’economia dell’isola. In Paraguay, osservatori politici temono che simili ingerenze possano destabilizzare l’area centro-meridionale, accentuando il sospetto verso interventi esterni mentre in Colombia le dichiarazioni di Trump hanno suscitato allarme istituzionale: il presidente Gustavo Petro ha condannato l’idea di un intervento militare come una minaccia alla stabilità latinoamericana. Non solo: in un Comunicato congiunto del 4 gennaio, Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna riaffermano “il loro attaccamento ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”, esprimendo congiuntamente le seguenti posizioni:

  1. Condanna dell’intervento militare, esprimendo forte preoccupazione per le azioni militari statunitensi in Venezuela, che violano i principi del diritto internazionale, la sovranità e l’integrità territoriale, creando un pericoloso precedente e mettendo a rischio la popolazione civile.
  2. Soluzione pacifica e interna: la crisi venezuelana deve essere risolta con mezzi pacifici, attraverso il dialogo e negoziazioni guidate dai venezuelani, rispettando la volontà del popolo e promuovendo un processo politico inclusivo e democratico.
  3. Unità e pace regionale: è stato riaffermato il carattere pacifico dell’America Latina e dei Caraibi, basata sul rispetto reciproco e sulla non ingerenza. Viene richiesta unità regionale e l’azione dei meccanismi multilaterali, incluso il Segretario Generale ONU, per ridurre le tensioni e preservare la stabilità.
  4. Protezione delle risorse: viene espressa preoccupazione per ogni tentativo di controllo esterno su risorse naturali o strategiche, che sia incompatibile con il diritto internazionale e possa minacciare la stabilità politica ed economica della regione.

Questo stesso documento è stato portato ieri, il 5 gennaio, all’attenzione della Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che si è riunito in sessione d’emergenza a New York, convocata a seguito di una richiesta urgente da parte del Venezuela e sostenuta da paesi come Colombia, Cina e Russia. In un intervento, ilsegretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha espresso profonda preoccupazione per il mancato rispetto delle norme della Carta ONU e per il precedente pericoloso che un intervento unilaterale di questo tipo può creare per la pace e la sicurezza internazionale, sottolineando l’importanza di soluzioni pacifiche e di rispetto della sovranità degli Stati.

Nuovi equilibri globali: Trump, Pechino e Mosca

L’allarme sollevato da Groenlandia, Colombia, Cuba e Paraguay contribuisce a delineare un quadro di possibile e crescente sfiducia verso la politica estera statunitense di Donald Trump, a dispetto delle reazioni della popolazione venezuelana che si trova – pressochè – d’accordo con l’azione di “liberazione da un regime oltranzista”. In questo contesto, le relazioni con le grandi potenze globali rischiano di mutare drasticamente, prime fra tutte con Cina e Russia, che hanno sempre visto nel regime chavista un punto fermo nell’America latina. In realtà, sia la Cina che la Russia non hanno mai platealmente supportato la politica di Maduro in questi anni, quindi la reazione delle due potenze potrebbe anche essere una risposta di facciata, andando piuttosto a nascondere un sogno egemonico di spartizione di territori interessanti e di libertà incondizionata di muoversi indisturbati verso i propri scenari di interesse. Ma potrebbe invece essere reale la disapprovazione sia cinese sia russa: la Cina, dal canto suo, ha subito condannato duramente l’operazione, definendola una violazione palese del diritto internazionale e una lesa sovranità, accusando gli Stati Uniti di comportamenti egemonici. Se si guarda oltre, l’interesse di Trump per il petrolio venezuelano non è finalizzato al solo sfruttamento (gli Stati Uniti non hanno un così urgente bisogno di petrolio ed inoltre il petrolio venezuelano è di difficile lavorazione. Le raffinerie sono antiquate. In un paese fermo economicamente e strutturalmente non sono stati adeguati i metodi e le tecnologie estrattive né ai nuovi quantitativi richiesti né alle nuove ipotesi di razionalizzare l’industria del greggio, n.d.r.): l’idea di Trump è piuttosto quella di controllare la rotta del greggio verso la Cina, potendone in questo modo non solo deciderne l’approvvigionamento ma anche il prezzo, tenendo così di fatto sotto controllo Pechino ed arginando la sua influenza anche nei confronti russi. La Cina acquista circa l’85% di petrolio venezuelano: quantità importanti che giustificano l’intenzione russa di arginare il sodalizio con Caràcas anche per frenare l’avanzata economica cinese in un contesto recessivo americano e di difficoltà di ripresa dell’economia post pandemica, particolarmente sentita dal ceto medio che ad oggi fatica a ribadire l’appoggio alla politica trumpiana. Ma per Pechino, l’episodio venezuelano offre l’opportunità di rafforzare la propria narrativa geopolitica nel Mar Cinese Meridionale ed in particolare nel contesto di Taiwan dove, proprio nella giornata di ieri, 5 gennaio, sono state intensificate le esercitazioni militari vicino all’isola – già programmate come Justice Mission 2025. Pur senza indicazioni di un attacco imminente, l’episodio amplifica le tensioni nella regione Asia-Pacifico.

Con la Cina dunque, l’operazione in Venezuela rafforza il pretesto per Pechino di accrescere la propria influenza nella regione, a seguito di ovvie rivendicazioni strategiche. L’amministrazione Trump, se dovesse perseverare in un approccio unilaterale, rischia di rendere i negoziati commerciali e geopolitici con Pechino più tesi e imprevedibili.

Con la Russia, la situazione appare altrettanto delicata. Mosca ha espresso una ferma condanna: la rimozione di Maduro viene vista come un atto di aggressione armata e una perdita di influenza strategica in Sud America. La Russia infatti, da sempre alleata del Venezuela e che controlla, in realtà, vari suoi territori interni, teme che la mossa statunitense possa complicare la guerra in Ucraina e indebolire eventuali negoziati diplomatici con Washington. L’episodio mina inoltre la fiducia russa nelle regole multilaterali, aumentando la probabilità di un avvicinamento strategico con la Cina, come contropeso agli Stati Uniti. Inoltre, l’episodio crea un precedente politico: se un’azione militare statunitense può rimuovere un presidente alleato di Mosca in Sud America, è prevedibile che l’intenzione di arrivare ad un compromesso per la Russia nella conclusione del conflitto in Ucraina svanisca, alimentando piuttosto altri desideri di allargamento territoriale già paventati da Putin.

Ma c’è un altro nodo che potrebbe acuire tensioni sullo sfondo: nonostante la natura del greggio venezuelano, particolarmente pesante e costoso da raffinare, e i tempi lunghi necessari per rilanciare infrastrutture e capacità produttive, è vero che il Venezuela dispone delle maggiori riserve petrolifere accertate al mondo e, se pienamente reintegrato nel circuito occidentale sotto l’ombrello statunitense, può offrire a Washington un’alternativa strategica alla storica cooperazione con il Golfo, in particolare sul coordinamento dei livelli di produzione e sui meccanismi di stabilizzazione dei prezzi. Gli Emirati dunque restano cautamente ad osservare (forse già in allarme).

L’effetto domino

La cattura di Maduro illustra perfettamente il concetto di effetto domino spesso analizzato in geopolitica: una decisione unilaterale in un Paese può innescare una serie di reazioni a catena in altre regioni e su scala globale. L’azione statunitense non riguarda solo il Venezuela: le reazioni immediate di Groenlandia, Colombia, Cuba e Paraguay, insieme alla condanna di Russia e Cina, dimostrano come ogni mossa possa influenzare equilibri politici, militari ed economici in più continenti.

In pratica, l’intervento americano innesca conseguenze, creando un precedente (effetto domino) che può (a catena) innescarsi rapidamente in altri stati e/o regioni con tensione latente: nervosismi regionali in Sud America, rafforzamento di esercitazioni militari e rivendicazioni territoriali in Asia, irrigidimento della posizione russa in Ucraina e nuove alleanze strategiche tra Mosca e Pechino. Ogni tessera caduta provoca altre cadute, mostrando quanto una singola operazione militare possa avere conseguenze globali imprevedibili. Per questo la lesione del diritto internazionale è ritenuta particolarmente grave in questo contesto: se è vero che lo stesso si basa sulla volontà unilaterale dei singoli stati di limitarsi nella propria sovranità, finalizzando così una decisione comune, una decisione arbitraria, non annunciata e svolta con modalità plateale (come quella di Trump) rischia di generare un escalation process difficile da tenere sotto controllo.

In sintesi la combinazione di interventi unilaterali in America Latina, l’effetto domino globale e la percezione di un atteggiamento assertivo verso gli alleati statunitensi potrebbe riaccendere (o accendere nuove) tensioni internazionali, consolidando un ordine mondiale sempre più dominato dalla forza e dalla realpolitik piuttosto che dal rispetto delle norme multilaterali sancite dalla Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati della regione e le grandi potenze mondiali osservano attentamente, consapevoli che le prossime mosse, non solo di Trump, potrebbero ridefinire equilibri politici, economici e militari a livello globale.

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