Quo Vadis, calcio italiano? Il Rose Bowl, dalla California  a Zenica passando per San Marino. Una lettura geosportiva del terzo mondiale consecutivo senza l’Italia

Prefazione a cura di Domenico Ercoli

C’è un paradosso che attraversa lo sport italiano contemporaneo: mentre il calcio fallisce, lo sport italiano vince. Eppure raccontiamo solo il fallimento.

Negli ultimi dodici anni, gli stessi che hanno visto l’Italia assente dai Mondiali di calcio, il Paese ha vissuto una delle stagioni sportive più ricche e significative della sua storia recente. Dalle Olimpiadi agli sport individuali, dalle discipline cosiddette “minori” alle competizioni internazionali, gli atleti italiani hanno accumulato risultati e medaglie. 

Tuttavia, questo è rimasto spesso ai margini del racconto pubblico, come se non contasse davvero. Il motivo è culturale prima ancora che mediatico: in Italia lo sport coincide ancora, quasi esclusivamente, con il calcio. Il resto è accessorio, discipline “da dilettanti”, per citare l’ex presidente Gravina. 

È in questo squilibrio narrativo che si inserisce, e deve essere letta, anche la crisi del calcio italiano. Non come eccezione, piuttosto come sintomo di un sistema debole dalla base fin sui ai vertici.

Le recenti dichiarazioni di Gabriele Gravina, che ha sottolineato la differenza tra il calcio, definito “sport professionistico”, e le altre discipline, meritano una riflessione più profonda. Non tanto per ciò che dicono esplicitamente, quanto per ciò che implicano. L’idea che esista una gerarchia tra sport, fondata sul livello di professionalizzazione, è non solo discutibile, ma pericolosamente miope. In primo luogo, un presidente di federazione non rappresenta solo il proprio sport a livello istituzionale, ma tutto il mondo sportivo nazionale. E dovrebbe unire anziché dividere. Perché se è vero che il calcio rappresenta l’industria sportiva più sviluppata e remunerativa del Paese, è altrettanto vero che proprio questa sua dimensione economica e sistemica lo rende oggi più esposto alle proprie contraddizioni: inefficienze strutturali, ritardi infrastrutturali e rigidità istituzionali.

Al contrario, molti sport definiti “dilettantistici”, con meno risorse e meno visibilità, hanno dimostrato negli ultimi anni una capacità di innovazione, adattamento e progettualità che il calcio sembra aver smarrito. Il punto, dunque, non è stabilire quale sport sia “più professionistico”, ma comprendere quale sistema sia oggi più funzionale, più moderno, più capace di produrre valore. Pertanto il confronto diventa scomodo. Chi giudica colui che giudica? Una domanda che già i latini si ponevano, e oggi resta un interrogativo sempreverde. Come si può giudicare il giardino del vicino, quando il proprio è secco?

E nel mentre che il calcio italiano discute di sé stesso e delle proprie crisi, il resto dello sport italiano continua, silenziosamente, a vincere. Gli italiani stanno celebrando il Paese trasversalmente, negli sport in cui dominano a livello olimpico e internazionale. Ma soprattutto stanno ispirando: laddove un bambino, anni fa, sognava di diventare calciatore, ammirando Baggio o Totti, oggi aspira a diventare un fenomeno del tennis sull’onda di Jannik Sinner. Perché lo sport è semplice: vive di rimando e di ispirazione per le nuove generazioni. Forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire.

Articolo a cura di Valerio Mancini e Narcìs Pallarès-Domènech

San Marino, Rose’n Bowl

Un pub il cui nome richiama uno stadio iconico nella memoria calcistica italiana: il Rose Bowl di Pasadena, teatro del rigore sbagliato da Roberto Baggio nella finale del 1994. Un luogo che sembra scelto dal destino per raccontare ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo: l’Italia nuovamente fuori dal Mondiale, per la terza volta consecutiva. Ma questa volta non c’è nessun “codice Baggio” da decifrare, nessun dramma individuale. La verità è più semplice e più dura: questa eliminazione non è un incidente.

Lo abbiamo capito proprio qui, a San Marino, durante la conferenza organizzata dalla Federazione Sammarinese (FSGC) nel prepartita contro Andorra:

“Il valore del cambiamento: come affrontarlo anziché subirlo”, alla quale abbiamo partecipato come relatori, poche ore prima della Caporetto calcistica andata in scena a Zenica. Un’ennesima sera nera che rimarrà nella storia del calcio italiano.

Un titolo che oggi suona profetico, quasi scritto per anticipare ciò che avremmo visto quella stessa sera.

Dramma nazionale e impatto internazionale

La recente eliminazione della nazionale italiana di calcio, la terza consecutiva in una fase di qualificazione ai Mondiali, costituisce un evento che trascende la dimensione strettamente sportiva. Ha generato uno shock sociale interno e un impatto immediato sulla proiezione e sul prestigio internazionale del Sistema Italia.

L’esclusione da United 2026 rappresenta un trauma collettivo per l’intero Paese. Anche per chi non segue il calcio, ma dava per scontato che, contro la Bosnia-Erzegovina, gli Azzurri avessero finalmente in mano il biglietto per il Mondiale americano.

Le notti d’estate sono più magiche inseguendo un gol dell’Italia, indossando la maglia azzurra, oggi tristemente scolorita. Nell’immaginario collettivo, gli Azzurri restano una potenza calcistica: una nazionale a quattro stelle, tra le più titolate insieme alla Germania e dietro al Brasile pentacampione. Ma dal 2014, dodici lunghissimi anni, con la parentesi gloriosa dell’Europeo 2021, non è più così.

Da Pasadena a San Marino: evoluzione di un sistema

L’evocazione del rigore fallito da Roberto Baggio al Rose Bowl di Pasadena nel 1994 rappresenta un riferimento simbolico essenziale.

Quella sconfitta, nonostante la sua forte carica emotiva, si inseriva ancora in un ordine sportivo chiaro, lineare e meritocratico. Lo sport d’élite funzionava secondo logiche che, pur nel loro carattere competitivo, mantenevano una coerenza strutturale riconosciuta dagli attori internazionali.

Tuttavia, il mondo del calcio ha conosciuto, nelle ultime decadi, una trasformazione profonda. La governance sportiva si colloca oggi in un ecosistema globale in cui la distribuzione del potere si è decentralizzata; la creazione di competizioni parallele , come la Nations League, ha alterato i meccanismi di accesso; i criteri di influenza geopolitica ed economica hanno assunto un peso equivalente, se non superiore, rispetto al rendimento sportivo.

Questa mutazione sistemica spiega perché immagini come quelle del Rose Bowl di Pasadena abbiano oggi un significato eminentemente nostalgico: riflettono un ordine sportivo che non esiste più.

Il caso San Marino come laboratorio analitico

La Repubblica del Titano, ultima nel ranking FIFA, offre uno spazio privilegiato per osservare queste trasformazioni. Le sue dimensioni ridotte e la relativa assenza di pressioni politiche permettono una riflessione più oggettiva sul ruolo contemporaneo del calcio.

In questo contesto emerge chiaramente un punto: il calcio ha smesso di essere un semplice spettacolo sportivo. Temi che portiamo avanti da anni, insieme ad Alessio Postiglione, nei nostri libri Calcio & Geopolitica e Calcio, Politica e Potere: il calcio non è più solo sport, ma una piattaforma geopolitica. È diventato uno strumento di soft power, di governance internazionale e di diplomazia economica.

Le piccole federazioni, lontane dai poli di potere, riescono a percepire con maggiore nitidezza le asimmetrie generate dalla globalizzazione sportiva. Proprio per questo, la conferenza organizzata dalla FSGC assume un valore quasi premonitore: la riflessione sul cambiamento precede un evento, l’eliminazione inattesa dell’Italia, che conferma empiricamente la necessità urgente di questa trasformazione.

L’esclusione dell’Italia: un problema di governance, non di casualità

La reiterata assenza dell’Italia dai Mondiali mette in luce un deficit strutturale che va ben oltre la qualità dei giocatori o i normali cicli sportivi. Non si tratta di sfortuna né di episodi isolati: le cause profonde risiedono nell’assenza di una visione strategica all’interno degli organi decisionali e nella difficoltà di adattarsi a un ecosistema calcistico mutato, in cui la governance e il sistema istituzionale contano quanto del talento in campo.

Le tre eliminazioni consecutive non rappresentano un’anomalia, ma l’indicatore oggettivo di un declino sistemico che richiede una presa di coscienza e una revisione profonda del modello attuale.

La situazione odierna del calcio italiano, lungi dall’essere spiegata unicamente in termini di prestazioni agonistiche, richiede un’analisi sistemica e multidimensionale: istituzionale, formativa, competitiva, socioeconomica e geopolitica.

Un’analisi a freddo per individuare le cause, trovare le soluzioni e invertire la rotta.

Il “cortocircuito Baggio”: simbolo e diagnosi

La figura del “Divin Codino”, sconsolato dopo aver fallito il rigore più importante della sua carriera, rappresenta una potente metafora analitica. Da una parte incarna la massima espressione del modello calcistico italiano del Novecento: talento, creatività e cultura tecnica. Dall’altra, la sua esperienza post-carriera rivela le contraddizioni profonde del sistema.

Nel suo monumentale rapporto di riforma presentato nel 2011, 900 pagine di analisi e proposte strutturali, oggi sorprendentemente attuali, Roberto Baggio delineava un progetto serio e avanzato. Un piano pronto per essere applicato. Il “Piano Baggio” proponeva una riforma radicale del sistema calcistico italiano: formazione qualificata degli allenatori, scouting capillare organizzato in 100 distretti territoriali, un archivio digitale nazionale per monitorare lo sviluppo dei giovani e valutazioni tecniche avanzate, orientate più alle capacità cognitive e tecniche che alla sola fisicità. Prevedeva inoltre un centro studi permanente e la centralità dei valori etici nel percorso formativo. L’obiettivo era costruire un modello moderno, meritocratico e pedagogico, in linea con Paesi come Spagna, Francia e Germania.

Il risultato? Ignorato. Il “Piano Baggio” fu accantonato senza discussione, come se il Paese avesse perso la capacità di riconoscere chi sa indicare una direzione. Questo rifiuto non è un episodio isolato, ma riflette un modello ricorrente.

Le istituzioni calcistiche italiane e, più in generale, le strutture decisionali del Paese mostrano una persistente impermeabilità all’innovazione. Per questo l’immagine di Baggio diventa doppiamente simbolica: rappresenta ciò che l’Italia è stata, ma anche ciò che non ha saputo ascoltare. Un Paese ricco di talento e competenze, ma afflitto dalla cronica malattia dello “sguardo corto”.

Conclusione

L’esclusione dell’Italia dal Mondiale non è un episodio circostanziale, ma la manifestazione di una crisi sistemica. Il calcio, oggi, è uno spazio in cui si intrecciano dinamiche di potere globale, governance, flussi finanziari e strategie di influenza. L’Italia rappresenta un caso emblematico delle conseguenze derivanti dall’aver ignorato questa trasformazione.

Il declino del calcio italiano deriva dall’incapacità di rinnovare le infrastrutture (emblematici i casi di San Siro e del Flaminio) dalla difficoltà di attrarre capitali esteri, dalla paralisi burocratica, dal tramonto del capitalismo familiare e, soprattutto, dall’assenza di un nuovo modello di sviluppo capace di competere con poli emergenti come Golfo, Stati Uniti e Regno Unito. Emblematico, in questo senso, il caso della Premier League, oggi il campionato più potente al mondo.

Nonostante tutto, elementi positivi non mancano: dal Piano Baggio, che meriterebbe una seconda opportunità, ai risultati degli Azzurrini, con le selezioni Under 17 e Under 21 stabilmente qualificate alle principali competizioni internazionali.

Il titolo della conferenza della Federazione sammarinese assume, dunque, un valore analitico preciso: “Il valore del cambiamento consiste non solo nel riconoscerlo, ma nel governarlo e applicarlo.”

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