Riforma della giustizia, sarà referendum

Il Senato ha dato il via libera definitivo alla riforma costituzionale della giustizia, promossa dal ministro Carlo Nordio, con 112 voti a favore, 59 contrari e 9 astenuti. Un passo che introduce la separazione netta delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, allineando l’Italia ai modelli europei dove il nostro Paese è l’unico con un sistema unitario. Eppure, mentre il testo va verso il referendum confermativo, gli esperti avvertono: i problemi strutturali del sistema giudiziario italiano – dalla lentezza cronica alle carenze di risorse – non vengono risolti in modo diretto.

In cosa consiste?

La riforma, approvata senza la maggioranza qualificata dei due terzi, prevede percorsi distinti fin dal concorso per giudici (che emettono sentenze) e pm (che conducono indagini), senza possibilità di passaggi tra i ruoli. Saranno istituiti due Consigli superiori della magistratura separati, uno per i giudici e uno per i pm, ciascuno con 30 membri: 20 togati selezionati tramite sorteggio per ridurre le influenze delle correnti interne, e 10 laici nominati dal Parlamento. Viene inoltre creata un’Alta corte disciplinare indipendente, per gestire le sanzioni e rafforzare l’accountability.

Le opposizioni protestano

I sostenitori, tra cui la premier Giorgia Meloni, la definiscono un “traguardo” che garantisce maggiore imparzialità e efficienza, avvicinando l’Italia a sistemi come quello francese , spagnolo o tedesco. “È una riforma che mantiene l’impegno con gli italiani”, ha commentato Nordio, auspicando una campagna referendaria non polemica.

Le critiche, però, non mancano. L’Associazione nazionale magistrati (Anm) e l’opposizione – dal Pd al M5s – temono un indebolimento dell’indipendenza dei pm, esposti a pressioni politiche, e accusano il governo di una “svolta autoritaria“. 

I problemi della giustizia italiana

I problemi della giustizia italiana sono noti: processi lunghissimi (oltre 500 giorni per i civili, 1.000 per i penali), con arretrati che superano i 3 milioni e costi per lo Stato di oltre un miliardo annuo in indennizzi per ritardi. Carenza di personale: solo 12,2 giudici per 100.000 abitanti contro la media Ue di 22,9, infrastrutture obsolete e digitalizzazione incompleta. Il Pnrr prevede tagli del 40% sui tempi entro il 2026, ma l’attuazione zoppica.

A ciò si aggiunge il sovraffollamento carcerario al 130%, con condizioni che violano i diritti umani e condanne dalla Corte europea. Scandali come Palamara hanno esposto clientelismi e abusi, erodendo la fiducia pubblica (solo il 40% secondo Eurobarometro 2025). Il linguaggio giuridico aulico è complesso e rende il sistema opaco ed elitario, escludendo i non esperti, amplifica disuguaglianze rendendo dipendenti i cittadini dai professionisti del settore come avvocati, commercialisti e notai. Tutto ciò sovraccarica di burocrazia il sistema giuridico 

Magistrati con poca (o senza) supervisione

Uno dei motivi per cui per cui questa riforma ha voluto introdurre l’alta corte disciplinare è perché le sentenze di primo grado vengono ribaltate 40-44% dei casi penali in appello, contribuendo a ritardi e incertezze, oltre al danno psicologico ed economico della persona indagata che la metà delle volte si rivela innocente. Esistono meccanismi di valutazione per i magistrati  quadriennali, gestiti dal Csm, basati su indipendenza, laboriosità e capacità, ma sono qualitativi e criticati per mancanza di rigore, senza indicatori di performance stretti per preservare l’autonomia costituzionale.

La strada per il referendum

Ora il testo va al referendum: dal 3 novembre parte la raccolta firme, con voto previsto in primavera 2026 senza quorum. Nordio si dice pronto a confronti tv, mentre le opposizioni formano un fronte “No” contro lo “stato penale”. Riforme collegate, come la legge 114/2024 su codici penale e procedura, sono già in vigore. Senza interventi radicali su burocrazia e inclusività, la giustizia italiana resta un’emergenza per democrazia ed economia.

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