La terza serata di Sanremo 2026… le canzoni non migliorano per abitudine, migliorano per struttura.
Maria Antonietta & Colombre aprono con la loro delicatezza ostinata. “La felicità e basta” alla seconda esecuzione guadagna in naturalezza, meno timida nei passaggi iniziali, più consapevole nell’intreccio delle voci. Leo Gassmann conferma eleganza e controllo, ma anche quel limite già percepito: “Naturale” resta composta, mai realmente memorabile. È un’esecuzione ordinata, senza sbavature, ma senza quel dettaglio che la faccia uscire dalla fila.
Malika Ayane, invece, dimostra cosa significa abitare una canzone. “Animali notturni” alla seconda uscita è ancora più precisa: controllo del vibrato, gestione delle dinamiche, sicurezza scenica. Sal Da Vinci resta coerente con il suo registro melodico tradizionale; la seconda esecuzione attenua qualche enfasi ma non modifica la natura del brano, che vive dentro una grammatica molto riconoscibile.
Tredici Pietro appare più centrato rispetto alla prima sera: meno tensione, più fluidità nella parola, ma “Uomo che cade” continua a cercare un vero salto emotivo che non arriva. Raf e Francesco Renga sono due professionisti che conoscono perfettamente il palco: nessun errore tecnico, nessuna incertezza evidente. Eppure proprio la loro esperienza rende più visibile la prevedibilità della struttura. “Ora e per sempre” e “Il meglio di me” scorrono senza inciampi, ma anche senza scarti.
Eddie Brock mantiene coerenza stilistica: “Avvoltoi” resta scuro, compatto, ma la seconda esposizione evidenzia la mancanza di variazioni interne. Serena Brancale, al contrario, cresce. “Qui con me” suona più sciolta, più ritmica, con una padronanza vocale che alla prima sera era apparsa più trattenuta. Samurai Jay conferma una buona gestione del tempo e della metrica, ma il brano continua a non trovare un’esplosione narrativa.
Poi arrivano le voci che fanno la differenza. Arisa cambia l’interpretazione. “Magica favola” è più libera, meno rigida negli attacchi, più piena nei centri. È una di quelle esibizioni che alla seconda volta sembrano più vere. Michele Bravi lavora di sottrazione: meno enfasi, più controllo, ma resta quella sensazione di perfezione trattenuta che non diventa mai abbandono. Luchè migliora in sicurezza, ma “Labirinto” resta chiuso nella sua atmosfera, senza trovare un vero punto di apertura.
Mara Sattei mostra maggiore scioltezza vocale, soprattutto nei passaggi più delicati; la canzone però resta dentro un perimetro emotivo molto controllato. Sayf chiude con leggerezza coerente con il suo brano: seconda esecuzione più sicura, ma la struttura rimane fragile rispetto al contesto competitivo.
Nel complesso, questa terza serata ha avuto un merito: togliere definitivamente l’alibi della prima impressione. Chi ha una canzone costruita bene cresce, chi non ce l’ha resta fermo. Non ci sono state cadute clamorose né ascese improvvise. Piuttosto, un assestamento.
Attorno alla gara, il Festival continua a muoversi dentro una strategia molto precisa. I co-conduttori si alternano con professionalità, ma senza diventare realmente decisivi nel racconto della serata. L’impressione è che si voglia distribuire spazio più che costruire una direzione. È un equilibrio studiato: nessuna voce troppo dominante, nessuna personalità che rubi la scena al meccanismo principale.
Virginia Raffaele e Fabio De Luigi portano due stili diversi di comicità. Raffaele, tecnicamente impeccabile, ha il talento per destabilizzare; eppure il suo intervento resta incorniciato, quasi addomesticato. La sua forza è il graffio, ma il Festival sembra limare anche quello. De Luigi sceglie una linea più lineare, funzionale, ritmica. Si ride, ma non si rischia. Anche l’ironia, quest’anno, sembra dover restare entro i margini.
Il momento più alto sul piano musicale è stato quello di Eros Ramazzotti con Alicia Keys. Due carriere internazionali, due timbri distintivi, un’esecuzione elegante, pulita, tecnicamente impeccabile. Ed è proprio qui che nasce una riflessione. Portare una star globale come Alicia Keys all’Ariston e limitarne la presenza a una sola canzone è una scelta che lascia perplessi. In un’edizione che fatica a trovare un vero picco emotivo, quella era l’occasione per costruire un segmento più ampio, un dialogo, un momento davvero memorabile. Invece si è scelto ancora una volta la misura. È coerente con la linea generale del Festival: grande nome, massimo controllo.
La terza serata, quindi, non cambia la traiettoria di Sanremo 2026. Un Festival tecnicamente solido, mediaticamente ben calibrato, culturalmente prudente. Non divide, non strappa, non eccede. Si muove con cautela, presidia il centro, evita lo squilibrio. In un sistema televisivo frammentato è una strategia comprensibile. Ma l’arte popolare ha bisogno di uno scarto. Finora, questo Sanremo preferisce la stabilità al salto nel vuoto. E la stabilità, per quanto rassicurante, difficilmente diventa leggenda.






