Schmitt lo aveva previsto: l’ordine internazionale come finzione utile nel discorso del premier canadese Mark Carney


Nel corso di un recente intervento al World Economic Forum di Davos, il primo ministro canadese Mark Carney ha pronunciato un discorso destinato a far discutere. Al centro delle sue parole, una riflessione critica sull’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e sul cosiddetto “sistema basato sulle regole” che per decenni ha definito i rapporti tra Stati occidentali e non solo.

Pur non negando formalmente l’esistenza del diritto internazionale, Carney ha sostenuto che la narrativa dell’“ordine fondato sulle regole” sia stata, per molti anni, una rappresentazione parziale della realtà: un sistema presentato come universale e imparziale, ma in pratica applicato in modo selettivo, spesso in funzione degli equilibri di potere.


Una narrazione conveniente…


Secondo Carney, Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di questo sistema multilaterale, beneficiando della sua prevedibilità economica e della relativa stabilità geopolitica. Tuttavia, egli ha riconosciuto che tale ordine non è mai stato completamente coerente con i principi che proclamava. In sostanza, si trattava di una costruzione utile: non perfettamente aderente alla realtà, ma funzionale alla gestione dei rapporti internazionali e alla tutela degli interessi strategici delle potenze occidentali.

L’applicazione del diritto internazionale e delle regole multilaterali è risultata nel tempo disomogenea: rigorosa quando conveniente, flessibile quando necessario.


L’eco delle tesi di Carl Schmitt


Le parole di Carney sembrano riecheggiare, a distanza di oltre mezzo secolo, alcune intuizioni del giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt. Già tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, Schmitt aveva messo in discussione l’idea di un diritto internazionale neutrale e universalistico, sostenendo che dietro ogni ordine normativo si celasse un concreto equilibrio di potere.
Per Schmitt, il vero diritto non è una costruzione astratta fondata su principi morali universali, ma è ciò che si radica nell’“essere” politico, nella decisione sovrana e nella concreta capacità di imporre un ordine. Il diritto realmente cogente è quello che nasce dall’azione e dalla forza effettiva di chi ha il potere di decidere sullo stato d’eccezione. In questa prospettiva, le norme internazionali non esistono in quanto tali se non sono sostenute da una struttura di potere capace di farle valere.

L’ordine internazionale del secondo dopoguerra, letto in chiave schmittiana, non sarebbe quindi l’espressione di una comunità universale di valori, ma il riflesso dell’egemonia di determinate potenze vincitrici, che hanno trasformato il proprio assetto geopolitico in un sistema di regole presentato come universale.


La crisi dell’ordine post-1945


Il sistema internazionale nato nel 1945 — con la creazione delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie globali e di una rete di trattati multilaterali — è stato a lungo considerato il pilastro della stabilità occidentale. Oggi, però, quell’architettura mostra crepe evidenti: rivalità tra grandi potenze, conflitti regionali e crescente unilateralismo ne mettono in discussione la tenuta.
Nel suo intervento, Carney ha parlato apertamente di una “rottura” dell’ordine internazionale basato sulle regole. Non un crollo improvviso, ma un progressivo indebolimento che costringe gli Stati a ripensare strategie e alleanze.


…Realismo politico e ritorno al potere


Il discorso del premier canadese non rappresenta una dichiarazione di morte del diritto internazionale, ma una presa d’atto della sua fragilità strutturale. Le regole funzionano finché esiste un equilibrio di forze disposto a sostenerle. Quando quell’equilibrio si incrina, riemerge la dimensione originaria del politico: la decisione, la sovranità, la capacità concreta di incidere sulla realtà.

In questo senso, l’attualità delle riflessioni di Schmitt appare evidente. Sessanta o settant’anni fa aveva già sostenuto che il diritto internazionale non può vivere di sole dichiarazioni normative: esso è reale solo se radicato in una struttura di potere effettiva. Senza questa base, resta una costruzione ideale, utile finché regge l’assetto che la sostiene.

Le parole di Carney sembrano dunque segnare un passaggio culturale significativo: dal linguaggio dell’universalismo normativo a quello del realismo geopolitico. E in questa transizione, le vecchie categorie schmittiane tornano a offrire una chiave interpretativa sorprendentemente attuale.

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