Scia in voga: moda, viaggio nel tempo

Se ci chiediamo quando è nata la moda in realtà non possiamo dare una risposta certa. Sin dal principio, l’uomo ha sentito la necessità di coprirsi soprattutto per proteggersi dal freddo. Solo col tempo e con la scoperta delle fibre vegetali e animali, l’uomo ha iniziato a render ‘suo’ il proprio modo di vestire, arrivando pian piano alla nascita dei vari stili

Le pelli degli animali costituiscono il primo tipo di abbigliamento. Le pelli, tuttavia, presentano l’inconveniente di essere deteriorabili a causa del loro alto contenuto di proteine, di seccarsi in fretta e di divenire dure e rigide rendendosi così inutilizzabili.

Una prima soluzione al problema si ottenne masticandole, oppure inumidendole con acqua e battendole con un martello di legno. Solo con la scoperta della concia vegetale che la lavorazione compie un passo avanti.

Successivamente si affermano anche le prime tecniche di lavorazione delle fibre di origine animale come la lana di capra e di pecore.

Nel corso del neolitico si sviluppa la tecnica di tessitura del lino. Non ci sono testimonianze di vestiario anteriori al Paleolitico, anche se questo non significa che gli uomini andassero in giro nudi. È verosimile ritenere che utilizzavano le pelli degli animali cacciati per ripararsi dal freddo.

L’abbigliamento però non corrisponde solo all’esigenza di coprirsi o proteggersi dalle perturbazioni o dagli agenti meteorologici, ma è anche un mezzo per comunicare agli altri qualcosa di sé.

Anche i gioielli si adattavano a questa funzione; per esempio nel Paleolitico i defunti inumati presentavano adorni di ornamenti di vario genere, collane e pendenti realizzati con i materiali più svariati: si andava dai denti di animali alle conchiglie.

Gli egizi

Gli egiziani attribuivano un grande valore alla moda e soprattutto alla bellezza. La civiltà egizia nasce, si sviluppa e consuma buona parte della sua vita sulle rive del fiume Nilo. Il fiume costituiva l’elemento più veloce attorno al quale si organizzava la società egiziana.

Quello egiziano fu uno dei primi stati basati su un’autorità centrale e su un sovrano, il faraone.

Grande potere però spettava anche ai sacerdoti in quanto anch’essi avevano un ruolo molto importante al suo interno. Parte integrante di questo sentimento religioso è anche la ferma convinzione che la vita dell’uomo continui dopo la morte: ecco spiegato il culto tributato ai defunti, con l’uso di mummificare i cadaveri e di inumarli con un corredo di oggetti di uso quotidiano (cibo, abiti, gioielli).

Il ruolo principale del guardaroba egiziano, era senz’altro svolto dal lino. Particolarmente fresco e confortevole sulla pelle e dunque adatto al clima caldo e secco del paese. Scarso successo invece ebbe la lana, considerata una fibra impura perché di origine animale.

Diffusione tardiva ebbero infine il cotone e la seta. Il colore predominante era il bianco. Particolarmente versatile risultava essere il cuoio, impiegato per realizzare i sandali. Gli uomini, a torso nudo indossavano il pano, una sorta di gonnellino composto da due parti: un rettangolo svasato, trattenuto in vita da una cintura (oppure no) a cui si sovrapponeva un telo attorno ai fianchi e incrociato sul davanti.

Andando un po’ più avanti, arriviamo agli Ebrei

La storia del popolo ebraico è quella narrata nella Bibbia. Intorno al 1900 a.C. Abramo conduce il popolo ebraico alla terra di Canaan. Suo figlio Isacco genera due figli: Esaù e Giacobbe, il quale ha dodici eredi. Tra questi c’è Giuseppe, venduto dai fratelli a dei mercanti che si recano in Egitto.

Protetto dal Faraone, Giuseppe si fa raggiungere dal padre e dai fratelli: gli ebrei rimangono così in Egitto per diverse generazioni, fino a quando inizierà la persecuzione e saranno costretti ad abbandonare il paese arrivando in Palestina.

Gli ebrei ordinano il loro stato come una monarchia: il primo re è Saul. A Saul succede David che riorganizza il regno e porta la capitale a Gerusalemme. Suo figlio Salomone lo trasformerà in un vero e proprio stato. Alla sua morte scoppia una crisi che porta alla divisione del regno in due: il regno di Israele a nord (con capitale Samaria) e il regno di Giuda a sud (con capitale Gerusalemme).

Il regno di Israele successivamente verrà smantellato dagli assiri, mentre il regno  di Giuda verrà spazzato via dai babilonesi. Ed è proprio grazie all’influenza dei babilonesi che il vestiario degli ebrei cambia.

Oltre ai già utilizzati lino, canapa e lana arriva il bisso, una fibra robusta di colore giallastro che si forma quando la sostanza secreta dell’apparato ghiandolare di alcuni molluschi viene a contatto con l’acqua.

Il capo-base sia maschile che femminile, era il kotonet, una leggerissima tunica utilizzata come camicia intima. Gli uomini al di sopra indossavano il mehil, cinta da una fascia di stoffa che poggiava sui reni. Per completare l’abbigliamento un mantello.

L’abbigliamento femminile corrispondeva a quello maschile nella sua tipologia, sebbene i capi erano più lunghi e ampi. Il capo era coperto da un velo finissimo che nascondeva anche parte del volto.

Le principali differenze erano quelle che si osservavano tra ricchi e poveri: questi ultimi possedevano solo gli abiti di lana o di pelo di capra che indossavano tutti i giorni, mentre i ricchi ne avevano per l’inverno e per l’estate, per il lavoro e per i giorni di festa, di tessuti diversi, come lino o addirittura seta.

Si racconta che colui che desiderava vendere una proprietà lasciava il suo sandalo all’acquirente come pegno di disponibilità a cedergli il diritto sulla proprietà acquistata.

Il costume ecclesiastico

Fino al IX secolo d.C. il clero non veste alcuna ‘divisa’ particolare. È solo durante il Concilio di Magonza che si fissano le prime regole per il costume ecclesiastico: esso si compone di soli due capi, una cotta – una tunica semplice a maniche lunghe – di colore bianco ed una stola – i diaconi la portano sulla spalla sinistra in modo che le due estremità pendano una davanti e l’altra dietro, mentre i sacerdoti e vescovi la appoggiano sul collo con le estremità pendenti davanti -, le stoffe devono essere semplici e prive di decori; in inverno le uniche pellicce a cui si può ricorrere sono il coniglio e l’agnello.

La Chiesa tuttavia iniziò ad aver bisogno di vesti e stoffe preziose per i propri riti, dunque, a poco a poco, il costume ecclesiastico si arricchisce.

Alla cotta, si aggiunge la tunica talare, mentre collo e spalle sono coperti dall’amitto, un quadrato di tela finissima. Sulla tunica il sacerdote indossa la casula, una sopravveste in seta a seconda della liturgia del giorno.

Al di fuori della messa, in occasione delle benedizioni o consacrazioni, si impiega il piviale. Prerogativa di cardinali, vescovi e pontefice è la mitra.

Al solo papa, invece, spetta il diritto di coronarsi con la tiara.

La tiara in realtà non fa parte dell’abbigliamento liturgico, ma è un segno di distinzione e di autorità.

Il XIV secolo

Facciamo un salto temporale per arrivare al XIV secolo. Il XIV secolo è un periodo di profondi e radicati cambiamenti. Tramontano gli ideali universalistici del papato e dell’impero medievali.

Entra profondamente in crisi la Chiesa romana, che abbandonerà la sua sede per trasferirsi ad Avignone.

Successivamente, una volta tornata nella città eterna è costretta ad affrontare il grande scisma d’Occidente (con l’elezione di ben due papi).

Entrano in crisi le vecchie classi egemoni per dare spazio alla borghesia mercantile. I commerci, regolari e floridi, non riguardano più solamente le merci preziose.

Attivi particolarmente diventano i mercanti italiani che diffondono in tutta Europa i prodotti dell’industria tessile nostrana.

I profondi cambiamenti che percorrono tutto il secolo investono anche il settore tessile. I grandi produttori del Nord si trasferiscono all’estero per trovare fortuna.

Una delle mete diventa l’Inghilterra, dove Edoardo III incoraggia tale fenomeno di immigrazione che consente alle manifatture di lana inglesi di conquistare il primato.

Altri artigiani approdano in Italia, principalmente a Firenze e a Lucca.

Per la prima volta, la produzione tessile viene vista come una vera e propria ‘industria’.

Iniziano a moltiplicarsi le botteghe dei sarti. Alla base, c’è soprattutto la voglia da parte dei ceti più abbienti di dimostrare il proprio benessere e il proprio potere distinguendosi dal popolo.

Tra le stoffe più ricercate troviamo il velluto, il broccato ed il diaspro -un tessuto molto lucido con motivi decorativi opachi prodotto a Lucca- e grande impulso riceve anche il ricamo.

Fanno la loro comparsa anche le coppelle, simili alle attuali paillettes. Tra i colori spiccano il rosso, il blu, il verde, il marrone ed il bianco.

Nel corso del XIV secolo, abbiamo un cambiamento anche dell’abbigliamento maschile rispetto al femminile. Questo cambiamento è molto importante, perché è destinato ad imporre sempre più il concetto di ‘moda’.

Le vesti iniziano ad essere più attillate e fascianti; emergono quindi le prime nette distinzioni tra il guardaroba maschile e quello femminile.

Questo grazie anche alla ripristinata efficienza delle vie di comunicazione e gli intensi traffici commerciali, che appunto contribuiscono a far conoscere e a diffondere tipologie di abbigliamento in uso in altri paesi.

Nel guardaroba maschile troviamo ‘l’accorciamento delle vesti’. Entrano in voga le calzebrache che riuniscono la funzione dei calzoni e delle calze vere e proprie; spesso la gamba destra ha un colore diverso dalla sinistra.

L’abito femminile rimane lungo, ma si restringe aderendo strettamente al busto e aprendosi in profonde scollature. In contrasto con la sensualità di queste vesti, l’ideale estetico rimane quello di una dama casta e pura, con chiome lunghe e lisce; il corpo snello, con seni piccoli e alti. La pelle del viso doveva essere liscia e luminosa. Le ricette per ottenere tali risultati erano molto spesso rischiose per la salute.

Molto eccentriche invece sono le scarpe à la poulaine indossate dagli uomini. Viene fissata la lunghezza in base al rango di chi le indossa.

Fin qui si è parlato di abbigliamento riguardante l’aristocrazia; poco si può dire delle vesti del popolo. Il popolo si limitava ad indossare una veste sulla camicia intima e ai piedi i patitos, zoccoli dalla suola di sughero o di legno piuttosto alta.

Lo stile bohémien nella metà del 1800 e la nascita del movimento hippie

Lo stile bohémien rappresenta una categoria molto ampia, come pittori, scultori e fotografi. Artisti che vivevano nella povertà.

Si caratterizzava dall’uso di abiti vecchi, scarpe non lucide, dando vita al cosiddetto ‘effetto trasandato’. Proprio su queste linee nascerà nei primi anni 2000 l’attuale Bohémien, composto da abiti floreali, balze, capelli sciolti simile allo stile hippie degli anni ‘60 nato negli USA.

Lo stile hippie esalta anch’esso i motivi floreali, viene indossata una coroncina di fiori attorno al capo lasciando scivolare i capelli lunghi e infine i famosi pantaloni a ‘zampa di elefante’.

In tutto il 1960 e buona parte del 1970 questo stile rappresenta un riappropriarsi della propria persona. Iniziano ad essere piantati fiori e alberi, in modo da cercare di battere il sistema senza ricorrere alla violenza. I fiori sono simbolo di purezza e libertà, alcuni valori che venivano predicati.

L’obiettivo dei primi  figli dei fiori fu quello di contrapporsi alla moda ‘perbenista’ considerata da loro opprimente e che non lasciava spazio alla libertà individuale. Ecco perché non tutti indossavano i sandali ma preferivano andare in giro scalzi.

Nei tempi moderni questo stile è stato ribattezzato come il ‘Coachella style’, dal nome del famoso festival americano che si tiene ogni anno negli Stati Uniti d’America, in California.

A prescindere dai gusti musicali, il Coachella è il ritorno di quel mood anni ‘60 che altro non era che un mix di ribellione, libertà, amore e musica.

In foto Vanessa Hudges considerata ‘la regina del Coachella’

La moda è ciò che compri, lo stile è ciò che possiedi. La chiave dello stile è nell’imparare chi sei, e per farlo ci vogliono anni. Non esiste una mappa della strada per ricercare il proprio stile. È un’espressione di sé stessi e, più di ogni altra cosa, è un atteggiamento – Iris Apfel.

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