Mentre il calcio mondiale corre verso un’industria da 1,3 trilioni di dollari entro il 2032, l’Italia resta ferma davanti ai propri limiti strutturali. È questa la fotografia emersa dal report “Il business del calcio: tra city branding e sviluppo urbano”, firmato da Valerio Mancini, direttore del Centro di Ricerca Divulgativo della Rome Business School, e Riccardo Nasuti, professore dell’International Master in Sport Business Management della stessa istituzione e Senior Digital & Media Consultant in Sports.
Lo studio, maturato in seno al Centro di Ricerca della Rome Business School, introduce per la prima volta il Territorial Power Index (TPI), un indicatore proprietario che misura il reale potere territoriale dei club italiani attraverso tre dimensioni: infrastrutture, reputazione e capacità di attivazione economica sul territorio. Il risultato è un quadro netto: il calcio italiano possiede un enorme capitale simbolico, ma fatica a trasformarlo in sviluppo stabile e competitivo.
Il paradosso del calcio italiano
Secondo il report curato da Valerio Mancini e Riccardo Nasuti, oltre il 60% degli stadi di Serie A ha più di quarant’anni, mentre i ricavi da matchday si fermano al 10-12% del fatturato dei club, meno della metà rispetto ai principali campionati europei come Premier League e Bundesliga.
Un dato ancora più significativo se si considera che il calcio italiano genera circa 11,3 miliardi di euro di PIL, sostiene oltre 125 mila posti di lavoro e produce 3,8 miliardi di euro di entrate fiscali annue. Eppure, meno del 10% dei club possiede il proprio stadio.
Per gli autori del report, il problema non è soltanto sportivo ma sistemico: l’Italia continua a vivere il calcio come evento domenicale, mentre il resto del mondo lo trasforma in infrastruttura urbana permanente, capace di produrre turismo, investimenti e rigenerazione territoriale.
Fiorentina, Atalanta e Juventus: tre modelli di sviluppo
Tra i casi analizzati nel report di Valerio Mancini e Riccardo Nasuti, emerge con forza quello della Fiorentina. Il Viola Park rappresenta uno degli investimenti infrastrutturali più significativi del calcio europeo in rapporto alla dimensione economica del club. Un campus multifunzionale che integra prima squadra, settore giovanile, servizi e strutture ricettive.
L’Atalanta, invece, viene indicata come il modello della “performance territoriale”: il Gewiss Stadium ha registrato 3,8 ingressi per residente nella stagione 2023/24, il dato più alto della Serie A. Un esempio di come il successo sportivo possa diventare motore economico soltanto se accompagnato da investimenti strutturali.
La Juventus resta il caso più avanzato dal punto di vista industriale. Il progetto Continassa, con stadio, centro di allenamento, museo e aree commerciali integrate, dimostra come il calcio possa trasformarsi in esperienza urbana permanente. Non a caso lo Juventus Museum è oggi l’unico museo sportivo presente nella top 50 italiana per visitatori.
Napoli e il potere del capitale simbolico
Particolarmente significativa è l’analisi dedicata al Napoli. Lo Scudetto del 2023 ha generato oltre 320 milioni di euro di impatto economico sulla città e circa 550 milioni a livello regionale. Il murale di Maradona ai Quartieri Spagnoli è diventato una vera attrazione internazionale, capace di attirare milioni di visitatori ogni anno.
Eppure, evidenziano Valerio Mancini e Riccardo Nasuti, il club partenopeo presenta uno dei più bassi livelli di investimento infrastrutturale del campione analizzato. Un paradosso che dimostra come il capitale simbolico possa produrre effetti immediati, ma rischi di disperdersi senza una strategia di lungo periodo.
“Napoli dimostra come il brand calcistico possa attivare valore territoriale in modo straordinariamente rapido”, sottolinea Riccardo Nasuti nel report. “La sfida è trasformare questo capitale simbolico in infrastrutture e modelli sostenibili”.
Il Mondiale 2026 e l’Italia che resta a guardare
Uno dei passaggi più duri del report firmato da Valerio Mancini e Riccardo Nasuti riguarda il confronto internazionale. Il Mondiale 2026 produrrà fino a 40,9 miliardi di dollari di PIL globale e migliaia di posti di lavoro, grazie a un sistema capace di integrare sport, mobilità, hospitality e innovazione urbana.
L’Italia, invece, osserva da fuori. Quarta nazione al mondo per titoli vinti, ma incapace di candidarsi a ospitare l’evento a causa di infrastrutture obsolete e procedure burocratiche troppo lente.
“Il Mondiale 2026 non è solo un evento sportivo: è un laboratorio globale di sviluppo urbano”, afferma Valerio Mancini. “Per l’Italia, guardare da fuori dovrebbe essere uno stimolo, non una condanna”.
Le sfide per il sistema Italia
Nelle conclusioni del report, Valerio Mancini e Riccardo Nasuti indicano con chiarezza la direzione che il sistema calcio italiano dovrebbe intraprendere nei prossimi anni. La priorità è innanzitutto la modernizzazione degli impianti sportivi, che non possono più essere considerati semplici contenitori per le partite ma vere infrastrutture multifunzionali capaci di generare valore durante tutto l’anno. Accanto a questo, gli autori sottolineano la necessità di una forte semplificazione normativa, con procedure autorizzative più rapide e strumenti amministrativi in grado di attrarre investimenti senza i ritardi che oggi frenano il settore.
Un altro punto centrale riguarda il rafforzamento dei partenariati pubblico-privato, ancora troppo limitati rispetto ai principali modelli europei, insieme alla costruzione di un’integrazione stabile tra calcio, turismo e city branding. Per Mancini e Nasuti il club moderno non può più essere isolato dal territorio: deve diventare un motore di attrazione turistica, sviluppo urbano e identità internazionale. Infine, il report insiste sulla necessità di una pianificazione strategica che colleghi infrastrutture sportive, mobilità urbana e crescita economica, trasformando il calcio in una leva strutturale di competitività per le città italiane.
Il messaggio finale del report è chiaro: il calcio contemporaneo non è più soltanto competizione sportiva, ma uno strumento di soft power e sviluppo economico territoriale. E l’Italia rischia di perdere terreno proprio nel settore che per decenni ha rappresentato uno dei suoi simboli più riconoscibili nel mondo.







