Al 34° Forum Economico di Karpacz, il panel “Shot on Target – New Business Opportunities in Football” ha offerto una fotografia sfaccettata e complessa del mondo del calcio, analizzandone opportunità, rischi e nuove prospettive. Moderati da Narcís Pallares Domenèc, i relatori hanno raccontato come il football sia ormai molto più di uno sport: è industria globale, strumento di diplomazia, piattaforma tecnologica, leva sociale e, non da ultimo, un terreno dove la dimensione culturale ed emozionale continua a pesare quanto quella economica.
Simon Kuper, firma del Financial Times, ha aperto il dibattito sottolineando una verità tanto semplice quanto spesso ignorata: il calcio non può essere letto esclusivamente come business. Lo è, certo, perché i numeri sono in crescita, gli stadi sono sempre più pieni e la macchina finanziaria che sostiene questo sport non accenna a rallentare. Ma il cuore del fenomeno resta altrove. Possedere un club, ha spiegato Kuper, non è quasi mai un’operazione orientata al profitto. È piuttosto una forma di autopromozione, come dimostra la parabola di Silvio Berlusconi con il Milan, o un atto di passione personale. Chi immagina di fare soldi comprando una squadra sbaglia strada: il calcio non restituisce dividendi sicuri, ma garantisce visibilità, influenza, capitale sociale. Eppure, a prescindere dalle logiche di chi entra e di chi esce, i club continueranno a vivere. Sopravviveranno ai proprietari e agli investitori, resteranno patrimonio delle comunità e dei tifosi, incarnando una resilienza che nessun bilancio potrà mai intaccare.
Il contributo di Marta Carissimi, responsabile del calcio femminile del Genoa ed ex calciatrice professionista, ha dato al panel la misura della rivoluzione in atto. Il calcio femminile non è più solo una nicchia emergente, ma una realtà che sta trasformando il panorama sportivo globale. I Mondiali femminili hanno raggiunto oltre due miliardi di spettatori, aprendo un mercato nuovo, intercettando utenti che fino a pochi anni fa erano lontani dal calcio e generando ricavi che ridisegnano i modelli di business. Ma il fenomeno va oltre i numeri: per la UEFA e le federazioni internazionali questa crescita è anche una straordinaria opportunità di raccogliere dati, studiare i comportamenti dei fan, sperimentare tecnologie. Non a caso molte innovazioni – dalla gestione dei dati alla tecnologia in campo – sono state testate per prime nel calcio femminile prima di approdare nei massimi campionati maschili. Carissimi ha insistito sul fatto che le nuove generazioni, la Gen Z e la Gen Alpha, hanno un approccio diverso al consumo sportivo: non cercano partite integrali, ma contenuti veloci, highlights, storytelling adatto ai social. E il calcio femminile, proprio perché in costruzione, riesce a interpretare meglio questi linguaggi. Inclusione, diversità e sostenibilità, ha ricordato, non sono slogan, ma valori concreti che definiscono il profilo di un movimento in crescita. Allo stesso tempo, però, l’ex centrocampista non ha esitato a denunciare uno squilibrio che riguarda tutto il calcio professionistico: sessanta partite a stagione per un atleta sono troppe. È un ritmo che logora, aumenta i rischi di infortunio, compromette la qualità del gioco e mette a rischio non solo la salute dei giocatori ma anche gli interessi dei club stessi. La vera sfida del futuro, secondo Carissimi, sarà trovare un equilibrio tra modelli economici sempre più esigenti e la protezione dei protagonisti in campo.
Di tutt’altro segno l’intervento di Karlis Boitmanis, che ha raccontato la prospettiva di una piccola federazione come quella lettone. In Lettonia, il calcio non è lo sport nazionale, ma proprio per questo rappresenta un’opportunità unica. Attraverso programmi europei come Erasmus, il football è diventato uno strumento educativo e sociale, capace di creare coesione e di coinvolgere nuovi pubblici. L’obiettivo non è tanto massimizzare i ricavi, quanto usare il calcio come leva per migliorare la società, offrire opportunità ai giovani, rafforzare il senso di comunità. Boitmanis ha parlato di un futuro ancora in costruzione, in cui progetti come la creazione di una lega baltica potrebbero dare ai Paesi della regione maggiore visibilità e competitività, permettendo loro di agganciarsi al treno dei grandi campionati europei. Un esempio concreto di come il calcio, in contesti marginali, possa diventare laboratorio di innovazione sociale prima ancora che economica.
Molto denso l’intervento di Valerio Mancini, che ha intrecciato tecnologia, accademia e diplomazia sportiva. Autore dei volumi “Calcio e Geopolitica” e “Calcio, politica e potere”, Mancini ha spiegato come intelligenza artificiale e metaverso non siano più concetti futuristici, ma realtà già operative. L’AI è oggi in grado di ottimizzare l’analisi delle prestazioni, lo scouting, la prevenzione degli infortuni; allo stesso tempo permette di creare esperienze personalizzate per i tifosi, sulla base dei dati raccolti. Il metaverso, invece, apre un mercato inedito, fatto di interazioni immersive che consentono ai supporter di “entrare” nel mondo del calcio in modi fino a ieri impensabili: dagli allenamenti virtuali all’acquisto di merchandising digitale. Sul piano istituzionale, Mancini ha posto l’accento sulla nascita, presso il Ministero degli Esteri italiano, dell’Ufficio per la diplomazia sportiva. Un’iniziativa che sancisce la nuova consapevolezza dei governi: lo sport non è intrattenimento, ma strumento di soft power, capace di promuovere identità nazionale, attrarre investimenti, generare turismo, consolidare relazioni internazionali. E accanto alle dinamiche globali, Mancini ha ricordato l’importanza della dimensione locale, citando il caso italiano di L’Aquila 1927, ‘La squadra della gente’, come modello di club radicato nella comunità, sostenibile e al tempo stesso economicamente solido. La formazione accademica, infine, è un tassello decisivo: preparare i futuri manager dello sport significa dotare il calcio di professionisti in grado di coniugare tradizione, innovazione tecnologica e visione internazionale.
A chiudere la sequenza degli interventi, Massimo Tucci, direttore del Social Football Summit, che ha portato l’esperienza di chi da anni organizza eventi globali sul mondo del calcio. La sua analisi ha mostrato come l’industria calcistica stia vivendo la più grande trasformazione degli ultimi decenni. Globalizzazione, digitalizzazione e nuovi modelli di investimento hanno ridefinito l’ecosistema. Il calcio, ha detto Tucci, non è più solo sport: è una piattaforma culturale ed economica che ha un impatto paragonabile a quello delle grandi industrie dell’intrattenimento. L’espansione verso nuovi mercati – Stati Uniti, Medio Oriente, Asia – sta cambiando la mappa del potere calcistico, con eventi come i Mondiali in Qatar o l’arrivo di Lionel Messi in MLS che dimostrano l’enorme potenziale di crescita. La tecnologia ha reso club e calciatori veri e propri brand globali: oggi squadre e campioni non dipendono più solo dai media tradizionali, ma producono contenuti autonomi, monetizzano attraverso piattaforme digitali, costruiscono relazioni dirette con i tifosi. Cristiano Ronaldo e Messi, insieme, superano un miliardo di follower sui social: più di grandi corporation o leader politici. Il calcio è diventato una relazione quotidiana, 24 ore su 24, non più confinata al giorno della partita. La rivoluzione riguarda anche i modelli di proprietà: fondi sovrani, multinazionali e private equity stanno ridisegnando le gerarchie, come dimostra il City Football Group che possiede o controlla club in cinque continenti. I diritti televisivi restano centrali – la Premier League da sola genera oltre 10 miliardi di sterline nel ciclo attuale – ma il consumo si sposta sempre più verso piattaforme streaming, con Amazon, DAZN o Apple che cambiano le abitudini dei tifosi, soprattutto dei più giovani. E poi c’è il boom del calcio femminile, che Tucci considera una delle trasformazioni più positive e di maggior impatto economico e culturale, con stadi come Camp Nou ed Emirates riempiti per partite di Champions League femminile. Infine, la spinta verso innovazione, sostenibilità ed esperienze per i fan: dal player tracking alla riduzione dell’impatto ambientale degli stadi, dall’inclusione alla gamification. Tutti segnali che il calcio è oggi insieme globale e locale, radicato nell’identità delle comunità ma con una capacità di scala economica che nessun altro sport può eguagliare.
Guillaume Mertens, Partnership Manager del World Football Summit, ha offerto la visione di chi lavora ogni giorno come connettore globale tra club, aziende e istituzioni. Ha spiegato come il calcio non sia soltanto passione, ma un settore che muove innovazione, turismo, investimenti e reputazione internazionale. “Negli ultimi anni – ha detto – abbiamo costruito con il WFS una piattaforma in cui il calcio non è più soltanto un gioco, ma un motore economico, sociale e culturale. Con oltre 29 eventi nel mondo e una community di più di 145.000 professionisti, vediamo come la collaborazione apra nuove porte e acceleri idee e opportunità”. Mertens ha insistito sul ruolo del WFS come punto di incontro neutrale in un’industria frammentata, capace di mettere in contatto startup, corporate, federazioni e governi. L’innovazione – dal ticketing su blockchain all’intelligenza artificiale applicata alla performance – è al centro, ma senza connessioni adeguate rischia di rimanere sulla carta. Per questo, secondo Mertens, piattaforme come il WFS sono decisive: “Spesso le organizzazioni sanno cosa vogliono ottenere, ma non con chi parlare. Il nostro lavoro è rendere possibili quei collegamenti, in modo rapido e su scala globale”. Accanto alla tecnologia, il calcio è anche soft power: uno strumento con cui i governi costruiscono immagine, attraggono investimenti e si posizionano come hub internazionali. Non a caso, ha ricordato, delegazioni da Asia, Medio Oriente ed Europa partecipano sempre più numerose ai summit, segno che la dimensione politica del calcio è destinata a crescere. L’intervento si è chiuso con un invito concreto: unirsi alle prossime tappe della piattaforma, dal summit di Madrid a ottobre a quello di Riyadh in dicembre, passando per Hong Kong. “Il calcio – ha concluso – è una delle industrie più potenti al mondo per connettere business, cultura e politica. La nostra missione è far sì che queste connessioni producano un impatto reale”.

Dall’insieme degli interventi è emerso un messaggio chiaro: il calcio è al tempo stesso business e comunità, diplomazia e intrattenimento, innovazione e tradizione. È il solo sport in grado di reggere questa pluralità di funzioni senza snaturarsi, perché resta innanzitutto un linguaggio universale. Se il futuro del football appare in continua trasformazione, il presente ci dice che la sua forza sta proprio in questa capacità di tenere insieme dimensioni diverse, generando valore non solo economico ma anche culturale e sociale.







