Spider-Man, finalmente umano: quando la fragilità diventa una superpotenza

Tra solitudine, traumi e nuovi poteri, il ritorno di Peter Parker sceglie di raccontare un supereroe più fragile, più umano e, proprio per questo, più forte

Spider-Man torna sul grande schermo e lo fa seguendo la tendenza più umana che i supereroi abbiano avuto da anni. Nel 2025 avevamo già visto, con Thunderbolts e Superman (sì, lo so, Superman è DC e Spider-Man è Marvel), che i nostri eroi preferiti hanno un lato debole. Ma attenzione: il lato debole non è più qualcosa di cui vergognarsi o da nascondere, ma diventa il nostro punto di forza.

Sono passati alcuni anni da No Way Home e Peter Parker non esiste più per nessuno. Sappiamo infatti che un incantesimo aveva fatto sì che tutti si dimenticassero della sua esistenza.

Peter è ora un loner. Vive da solo, rifiuta le interazioni sociali, parla solo con l’intelligenza artificiale e mantiene un rapporto umano quasi esclusivamente con il commissario di polizia, con cui ormai parla ogni giorno e non solo per motivi di lavoro.

I giorni passano e lo stress dovuto alla solitudine forzata porta Peter a un cambiamento nei suoi poteri: i suoi sensi da ragno sono ormai totalizzanti e inebrianti e il misterioso nemico che sta attaccando New York pare essere sempre più forte.

Gli abitanti della città e alcuni vecchi nemici sembrano infatti posseduti e controllati da un’entità misteriosa e Spider-Man non sa davvero come cavarsela. Quello che sa è che la sua amata MJ è in pericolo e che aiutarla sarà difficile, considerando che lei non sa chi Peter sia.

Andando avanti con la missione scopriamo però che l’entità misteriosa altro non è che Jean Grey, che con i suoi poteri di telepatia era riuscita a far credere a Peter che MJ si ricordasse di lui.

Da questo momento il film scorre veloce: arrivano i veri effetti speciali e l’uso della CGI e finalmente sappiamo chi Sadie Sink interpreta.

Nota negativa: la scrittura del personaggio e alcune scene ricordano il modo di recitare che Sadie aveva già mostrato in Stranger Things. Ma la sua forza emotiva e la capacità di sparire nel ruolo, nonostante tutto, riescono a cancellare questo difetto.

Tuttavia, per chi mastica cinema e ama la continuity cartacea, questa scelta di scrittura lascia un retrogusto amaro che sa di pigrizia hollywoodiana.

Nei fumetti Marvel, le origini e i drammi di Jean Grey non hanno nulla a che fare con la “formula Max Mayfield”: il suo trauma d’infanzia nasce dalla connessione telepatica con l’amica morente Annie Richardson, mentre la sorella maggiore Sara è una figura adulta e protettiva, non una teenager dotata di poteri e usata come cavia da laboratorio.

La Marvel ha preferito ignorare la vera essenza editoriale del personaggio per applicare una logica quasi algoritmica, distorcendo la storia di Jean solo per adattarla alle corde drammatiche in cui la Sink eccelle.

Si è scelto di adagiarci sul “già visto” per andare sul sicuro con il grande pubblico, sacrificando la complessità psicologica originale a favore di una scorciatoia emotiva immediata.

Menomale che lei è fenomenale: la devastante forza espressiva di Sadie Sink riesce a vincere contro i binari stretti di un copione scritto con il pilota automatico, nobilitando un personaggio che, con un’attrice meno carismatica, sarebbe crollato sotto il peso dei cliché.

Jean Grey non è però la vera cattiva del film: lei e sua sorella sono state usate dal Dipartimento del Controllo Danni.

Peter lo capisce e, grazie alla condivisione dello stesso tipo di passato, fatto di trauma e solitudine, i due riescono a “vincere” e a liberare New York dal pericolo.

Peter usa i poteri di Jean contro lei stessa e fa sì che il discorso che era stato fatto a lui per proteggerlo diventi un trigger positivo per la nostra nuova eroina.

Siamo speciali e siamo amati a prescindere dal fatto che siamo unici e ineguagliabili. Siamo persone amate per ogni nostra caratteristica e non dobbiamo lottare contro il mondo senza mai accettare un aiuto.

Altro ruolo importante nel film lo hanno The Punisher e la polizia, perché ricordiamoci sempre che possiamo essere forti anche quando accettiamo che it takes a village per farcela fino in fondo.

Concludo qua perché il film va gustato e amato e rischio di aver già detto troppo, ma vi dico che, da non amante del genere supereroi, mi sono innamorata di questo film.

E spero che la tendenza a umanizzare i supereroi continui, perché forse è proprio quando smettono di sembrare invincibili che riescono, finalmente, a parlarci davvero.

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