Introduzione
Il saggio di Vincenzo Sofo analizza una serie di problematiche molto attuali e rilevanti per gli sviluppi di politica internazionale, ma anche con riferimento a quella italiana ed europea, sfruttando alcune ottiche d’osservazione trasversali e flessibili che riescono a far emergere, nella narrazione complessiva, l’evoluzione parallela ed intrinsecamente connessa delle principali tracce evidenziate.
Più specificamente, è possibile individuare almeno tre tematiche principali che l’autore intende far emergere dalla sua analisi.
Nel primo caso ciò che notiamo è lo sviluppo di un dettagliato discorso riguardante l’operato della Sinistra e della Destra, intese come famiglie politiche d’insieme anche e soprattutto sul piano internazionale e non solamente in chiave italiana, in rapporto alla loro esperienza di governo, prima della Sinistra ed in seguito della Destra, e con una forte attenzione alla dimensione “tecnica” che la stessa presenza al governo generalmente comporta per tali formazioni politiche. A ciò si unisce oltretutto un focus sul retroterra culturale e valoriale proprio di entrambi gli schieramenti, e come questo agisca in maniera attiva nel determinare certe dinamiche e visioni politiche e sociali.
In secondo luogo, il libro si concentra molto sul trovare spunti di riflessione e di critica riflessiva sui concetti di Europa ed Occidente; peraltro interrogandosi più volte sull’identità europea alla luce degli sviluppi internazionali più recenti e di quelle che sembrano essere le tendenze più consolidate sia nel campo politico e sociale sia nel ramo della ricerca, della tecnologia e dell’innovazione. Tale riflessione viene sempre declinata sulla falsariga della dicotomia politica tra destra e sinistra che poco sopra si richiamava.
Infine, appare chiara la volontà di mostrare, sempre seguendo la già menzionata impronta dialettica, il rapporto tra scienza e tradizione che emerge dall’esperienza e dai valori di riferimento delle due grandi famiglie politiche, e dunque non declinato in chiave generalista ma facendo attenzione ad individuare ancoraggi alle dinamiche socio-politiche proprie della nostra contemporaneità. In particolare, tale riflessione si sviluppa in maniera piuttosto larga, poiché nel concetto di tradizione vengono inseriti elementi fondamentali come la fede, la cultura e l’identità.
Allo stesso tempo, in seguito alla lettura del saggio, lo scrivente ha ritenuto interessante mettere in evidenza ed approfondire alcuni ulteriori punti sollevati dal libro, che corrispondono al concetto di frontiera e le sue interpretazioni, alle guerre ibride e cognitive ed all’ipotesi di un asse italo-francese e, più in generale, di un rafforzamento della cooperazione dei Paesi mediterranei come nuovi motori di stimolo in Europa.
Pertanto, al fine di restituire un’analisi originale del libro, si procederà dapprima alla descrizione di questi ultimi punti tematici per poi riprendere, all’interno delle conclusioni, anche le fila narrative più generali offrendo al contempo una visione specifica sulle tematiche sollevate dalla trattazione.
Il concetto di frontiera
In un passaggio del libro si legge che la frontiera non può essere aprioristicamente associata al muro da un punto di vista concettuale financo immaginifico (Sofo, 2025, p. 119).
Il nostro autore, infatti, mira la sua riflessione su alcuni pilastri di fondo strettamente connessi al concetto di frontiera, in quanto va proprio ad inserirsi, sia in chiave analitica sia in chiave polemica, nelle varie connotazioni che ne scaturiscono dal dibattito pubblico.
In primo luogo, egli fa particolare riferimento al ragionamento di Règis Debray, sostenendo che la frontiera è necessaria per rinsaldare e radunare un popolo attorno al suo “campanile”, ovvero l’insieme delle sue tradizioni, dei suoi simboli e degli altri elementi caratteristici che ne vanno a costituire l’identità effettiva.
A ciò si aggiunge l’argomentazione proponente un contrasto con l’interpretazione separativa della frontiera, anteponendo piuttosto una sorta di funzione di filtro e di regolazione. Difatti il nostro autore scrive che “… non potersi riconoscere in un fuori significa non poter riconoscere il tuo dentro” e, appunto, che “… frontiera, dunque, non coincide con muro”. Proprio in relazione a tale assioma l’autore propone una critica all’Unione Europea, sostenendo che essa non voglia riconoscere in quest’ottica le proprie frontiere; riscontrando e rischiando così non soltanto una mancata e completa definizione della propria polity, intesa appunto come comunità politica di riferimento, in rapporto agli altri attori esterni ma anche una segregazione de facto tra classi, ad esempio sul piano sociale (Sofo, ivi, pp. 118-119).
Partendo da tale descrizione, per lo scrivente è possibile effettuare una serie di ragionamenti afferenti sia alla natura concettuale ed identitaria della frontiera sia al suo uso politico nell’arena internazionale.
Pascal, nella sua opera “Pensieri”, scrive che i principi che noi consideriamo come naturali non sono altro che quegli stessi sistemi valoriali coi quali abbiamo finito per familiarizzare ed accostumarci. Egli aggiunge anche che il rapporto tra il costume di una data comunità ed i suoi principi valoriali può variare, e tale fenomeno si può notare all’accumularsi dell’esperienza e al susseguirsi degli accadimenti che interessano la comunità di riferimento. Peraltro, nel fare questo egli riprende Montaigne, il quale aveva anch’egli elaborato una riflessione mirante a sottolineare il carattere connettivo tra le “immaginazioni” condivise nella comunità e trasmesse dai “padri” con la percezione che le stesse rispondano ai criteri di universalità e naturalità (Pascal, 2004, p. 120).
Tale considerazione può produrre un ancoraggio giustificante, quantomeno a livello filosofico, l’importanza di attribuire e riconoscere i bagagli esperienziali delle comunità, sociali e politiche ancorché etnico-culturali, ma conduce altresì verso una determinata accettazione della variabilità di tali comparti esperienziali tenendo a mente l’elevato grado d’interazione che le comunità, soprattutto oggi, conservano.
Quando Pascal parla di variabilità nel rapporto tra costumi e volumi non fornisce, in virtù del carattere generale ed astratto della sua opera, un’elencazione di esempi che possano declinare il fenomeno in maniera specifica. Tuttavia sembra possibile rinvenire un punto di contatto col pensiero di Sofo nel momento in cui il nostro autore nega il presunto ruolo regolatorio dei muri, in connessione ai flussi migratori e per estensione agli elementi esperienziali che ne derivano, affermando, per converso, la funzione di accettazione della diversità che la frontiera per lui riveste. Infine, riprendendo Debray, l’autore fa emergere l’immagine della frontiera come una “pelle”, insistendo sulla funzione regolatrice che già si descriveva (Sofo, ivi, p.119).
Tali proposizioni si sintetizzano nel fatto che esiste un’evidente tensione tra porosità della frontiera, da concepire non solamente in chiave geografica ma anche identitaria, e necessità di conservazione nonché di trasmissione di un determinato sistema esperienziale costituente, a priori dalle sue interazioni con l’esterno, il carattere identitario di una comunità. In molti casi, ciò che si rileva è che situazioni che erano state lungamente dipinte da una sostanziale armonizzazione etnica, religiosa e culturale hanno subito dei punti di rottura, o addirittura veri e propri crolli, in presenza di fasi di declino in cui fazioni più estremiste hanno polarizzato la comunità politica dipingendo il carattere identitario nazionale come strumento di separazione e segregazione. Si veda ad esempio il caso dell’Impero Ottomano, in cui l’arrivo dei Giovani Turchi ad inizio Novecento, in un momento di progressivo decadimento della Sublime Porta e di consolidamento degli Stati nazionali, ha segnato lo sconvolgimento di un panorama interno che vedeva coesistere de facto etnie e religioni differenti (Rogan, 2022, pp. 4-8).
In connessione alla personale esperienza Erasmus dello scrivente in Lituania e dei relativi contatti con la storia e la letteratura locali, un ulteriore esempio, traslato in maniera letteraria, di ciò che può produrre una frontiera identitaria si ritrova nel romanzo “Sudario Bianco” (Balta Drobule) di Antanas Škėma; nel quale il protagonista, emigrato lituano nella New York degli anni Cinquanta, affronta una serie di vicende personali all’interno della comunità lituana della città mentre lavora come ascensorista in un albergo di lusso. Nel libro, costruito su più piani narrativi, si nota chiaramente come il rapporto “tra noi e loro” venga declinato in modo molto variabile, sia che si tratti dei dialoghi interiori molto più ricchi delle conversazioni nella lingua del paese ospitante sia del contrasto tra le poche battute dialogiche pronunciate in inglese e la panoplia di descrizioni approfondite dell’ambiente circostante, degli stati d’animo e dei ricordi del passato che quella particolare situazione è in grado di rievocare, senza tuttavia far mancare di mostrare come l’integrazione sia possibile e necessaria al fine di produrre effetti sociali positivi. Questo esempio vuole però indicare che la frontiera, identitaria e culturale per definizione, viene vissuta in modo molto peculiare sul piano individuale sia da chi emigra sia da chi risulta autoctono, alimentandone ed arricchendone i significati sociali (Škėma, 2018, pp. 20-27).
Rimane condivisibile e costruttivo il voler esprimere la possibilità di conferire alle frontiere un ruolo atto a filtrare e moderare i vari tipi di interazione e di scambio di cui sono inevitabilmente il crocevia; ma diventa problematico calibrare tale volontà con l’esigenza alquanto virulenta di certe fazioni politiche ed intellettuali di voler invece associare le frontiere a meri strumenti di isolamento sostanziale verso l’esterno. Se si considerano i più recenti sviluppi assieme alle tendenze storiche di lungo periodo, appare naturale pensare che l’elevato grado di interconnessione e interdipendenza reciproca continuerà a connotare la sfera mondiale nonostante i recenti attacchi al modello della globalizzazione. Questo farà sì che pulsioni conservatrici, reazionarie, populiste e di altra natura insisteranno nel contrastare un’ottica moderata sul tema, come quella proposta dal nostro autore, con messaggi più netti orientati all’isolamento delle frontiere; creando così una questione politica significativa nel definire l’attitudine delle destre nell’immediato futuro.
Allo stesso tempo è possibile offrire una lettura della frontiera come strumento attivo di politica internazionale. Pensando al libro di Marzio Mian sugli scenari di competizione geostrategica e geoeconomica nell’Artico l’esempio delle rivendicazioni russe nel Polo Nord, che sfruttano alcuni elementi d’inadeguatezza anacronistica delle regole connesse al diritto del mare, appare molto cogente. Difatti le intenzioni russe dimostrano come la frontiera possa divenire strumento dichiaratorio di politica di potenza che, se portato a compimento, può essere in grado di offrire considerevoli vantaggi sia in termini di sfruttamento territoriale effettivo sia di proiezione strategica e di postura (Mian, 2025, pp. 55-58). Questo può significare che alcuni attori, in luogo di vedere la frontiera come un mezzo di moderazione, arriveranno a concepirla sempre più come strumento di demarcazione e di divisione.
Guerra ibrida e cognitiva
Un altro elemento analizzato nel libro che potrebbe essere interessante da approfondire è il ruolo delle guerre di natura ibrida e cognitiva.
Definite rispettivamente come guerre finalizzate a conseguire effetti di indebolimento o di neutralizzazione attraverso l’uso di mezzi ed attori non convenzionali, come ad esempio personaggi dello spettacolo e dei social media, nonché la variazione e l’influenza sostanziale dell’orientamento cognitivo di una data comunità controllandone le narrazioni ed i flussi informativi (Sofo, ivi, pp. 85-86); appare chiara la loro rilevanza negli scenari attuali nonché la loro intrinseca connessione all’elemento dell’identità ed alla contrapposizione tra attori internazionali.
Un quadro caratterizzato da simili fenomeni impone di ripensare la formulazione del concetto di libertà sia in chiave estensiva sia in chiave conservativa, ovvero cercando di mantenere il grado complessivo di libertà ottenuto nel tempo, quantomeno in certe aree del mondo, mirando contemporaneamente ad una diversa adattabilità. La riflessione connessa al potere di cui certi attori dispongono nel controllare la tecnologia e le estensioni digitali che sempre più influenzano il nostro quotidiano non può prescindere da un particolare interrogativo: può la politica tornare ad imporsi sulle grandi aziende e corporazioni della tecnologia?
La risposta a tale interrogativo tocca necessariamente il ruolo dello Stato così come viene concepito convenzionalmente e concretamente, ma deve tenere conto anche delle dinamiche di preponderante attivismo degli organismi economici nella nostra contemporaneità. Una risposta interessante potrebbe essere la tendenza a costituire una “libertà cognitiva” ed una “sicurezza cognitiva” che siano implementabili nelle società democratiche in funzione di una loro pregressa concertazione da un punto di vista giuridico, politico e sociale (Mhalla, 2024, pp. 140-141). Tuttavia, nel caso europeo, è difficile pensare che singoli Stati siano in grado di promuovere simili progettualità verso le grandi corporazioni tecnologiche, rimandando la questione ad un’azione unitaria europea non sempre garantita e semmai ritenuta spesso difficoltosa.
Rimane parimenti vero che l’affermazione della guerra ibrida e della guerra cognitiva è stata intensamente facilitata dalla diffusione ampia e massiva della tecnologia alla portata di tutti. Non si tratta soltanto delle reti sociali, fondamentali nel caso della propagazione di false informazioni e di controllo della narrativa, ma anche degli oggetti intelligenti ed integrati da funzioni sempre più complesse e desiderabili ma sempre più hackerabili. Come hanno osservato Giannuli e Curioni in un saggio sulla guerra cibernetica, conseguenza inevitabile delle due forme di guerra già menzionate, un simile contesto comporta un ribaltamento delle normali logiche militari. Infatti, nel caso cibernetico, s’invertono i vantaggi dell’attrito dal difensore all’attaccante; poiché il primo deve gestire un’esposizione pressoché totale, della quale può controllare soltanto la disposizione del terreno di scontro, come se uno Stato potesse disegnare la propria carta geografica, e la rapidità delle proprie comunicazioni. Tuttavia un ambiente come Internet presenta punti d’accesso sostanzialmente infiniti, e dunque ciò comporta che il difensore non sia addirittura a conoscenza di molti punti d’accesso al proprio schieramento. Una porosità ed una difficoltà di definizione precisa dei confini che, se sommate all’assenza di evidenti problematiche logistiche per l’attaccante, rendono il compito del difensore, che molto spesso corrisponde agli spazi cognitivi e digitali delle liberaldemocrazie, assai arduo (Giannuli e Curioni, 2019, pp. 74-86).
Un’ultima riflessione sul tema può corrispondere a ciò che viene rilevato dall’esperto Emanuel Pietrobon, che il nostro autore cita, il quale ha, fra i suoi vari interventi, operato la traduzione del manuale della CIA “Psychological Operations in Guerrilla Warfare”; dichiarando che risulta più che mai rilevante studiare, accanto ai classici degli studi militari come Von Clausewitz, altri autori fondamentali per le guerre ibride e cognitive ed i loro effetti, citando l’esempio di Edward Bernays (Pietrobon, 2024, p. 7). Questo comporta che una parte di ciò che viene considerato Occidente, ovvero l’Europa, ha rinunciato ad assumere una postura proattiva in ambito ibrido, cibernetico e cognitivo; dato che, a differenza degli Stati Uniti che già avevano manuali operativi sul tema durante Guerra Fredda, si trova solo adesso a riscoprirne le caratteristiche e gli effetti d’insieme. Diventa perciò ragionevole pensare che, accanto al mantenimento delle libertà e del carattere democratico delle società europee, il dotarsi di dottrine e di concezioni strategiche proattive per questi “nuovi” tipi di guerra potrebbe costituire una sostanziale forma di deterrenza dell’Europa contro aggressioni russe, cinesi e di altri attori ostili perpetuate in forma ibrida.
L’ipotesi dell’asse italo-francese
Secondo Sofo è possibile parlare di un’asse tra Italia e Francia all’interno della dimensione europea; sostenendo, in primo luogo, che la Germania, Paese storicamente intrattenente una stretta forma di cooperazione con Parigi, stia di volta in volta prediligendo una strategia diversa e maggiormente orientata a rinforzare i propri legami con altre aree europee (Sofo, ivi, pp. 142-143).
A questo deve poi aggiungersi un rapporto tra Stati Uniti ed Europa non più ancorato ad una continuità de facto, perlomeno in alcuni casi, che se anche non rimane suscettibile di sconvolgere lo schieramento atlantico può certamente disturbarne i propositi unitari. Un rischio, quest’ultimo, molto spesso incarnato dall’atteggiamento di Donald Trump e della sua amministrazione. Secondo l’ex Segretario dell’OTAN Stoltenberg, il Presidente statunitense avrebbe fatto riferimento, in una conversazione telefonica tra i due, a profili di inaffidabilità sempre riguardo i tedeschi, perché riteneva inspiegabili i loro rapporti commerciali con la Russia, identificata come avversario nell’arena internazionale (Stoltenberg, 2025, p. 258).
Su tale falsariga, una rinnovata alleanza cooperativa tra Italia e Francia potrebbe basarsi, come ricorda Sofo, su alcuni elementi di vantaggio, tra i quali le dimensioni della demografia, dei rapporti commerciali e delle radici culturali condivise (Sofo, ivi, p. 215). Tuttavia, anche se il nostro autore pone molta attenzione alle dinamiche di costruzione identitaria e alla loro connessione con la politica e la cultura, una simile prospettiva, alla quale occorre guardare con assoluto favore, deve però incontrare anche argomentazioni legate all’ambito dell’interesse strategico per poter resistere all’arena politica. Mearsheimer ci ricorda, a tale proposito, che gli Stati possiedono tipicamente obiettivi molteplici, e che l’unico discrimine capace di gerarchizzarli è il principio della sopravvivenza assurto ad interesse massimo dello Stato stesso (Mearsheimer e Rosato, 2023, p. 213). Se consideriamo non soltanto la dimensione atlantica ed il coinvolgimento nel sostegno all’Ucraina di entrambe le nazioni, ma anche gli scenari di proiezione nell’Indo-Pacifico nonché la presenza di nuovi attori ostili in Nord Africa e Vicino Oriente, teatri in cui tipicamente sia i francesi sia gli italiani risultano coinvolti; appare chiaro il fatto che una cooperazione potrebbe risultare molto conveniente ad entrambi i Paesi, generando al contempo una spinta propulsiva per un nuovo protagonismo dei Paesi mediterranei dell’Unione Europea come ipotizzato da Sofo. Non cooperare in tali teatri, ma anzi perseverare nel fomentare rivalità e scontri, può comportare un serio rischio di sopravvivenza strategica non soltanto per Roma e Parigi, ma per l’Europa intera.
Conclusioni, unità od unificazione europea?
Volendo arrivare a trarre delle conclusioni per il nostro ragionamento occorre ritornare al tema principale, ovvero l’Europa e le sue differenti concezioni e prospettive future.
Appare chiaro che il progetto dell’Unione Europea presenta ancora molte limitazioni sostanziali, ma viene altresì attenzionato e considerato da altre controparti estere. Possiamo sicuramente dire, dopo prolungati dibattiti, che il solo fatto di essere riusciti a perpetuare l’esperienza dell’Unione malgrado le divisioni ed i contrasti intrinseci dei suoi membri sia un successo politico ed istituzionale. Per questo, nel parere dello scrivente, un indirizzamento verso la cosiddetta Europa dei popoli rischierebbe di compromettere quei pochi progressi che si sono sedimentati ed assestati sulla via dell’obiettivo unitario, in quanto finirebbero per fomentare ed esaltare le divisioni e le differenze tra i membri in luogo dei loro punti comuni.
Parallelamente, diviene alquanto impensabile riuscire a conseguire uno Stato unitario nel breve e medio periodo, come anche nel lungo. Questo perché, anche se dei punti in comune persistono, sarà difficoltoso istituzionalizzarli neutralizzando al contempo i caratteri di discordia e disarmonia interni all’Unione.
Pertanto la soluzione migliore potrebbe essere puntare sul rafforzamento dell’Unione puntando a renderla sempre più simile ad una vera e propria confederazione con alcune competenze e poteri accentrati. La ragione è semplice: dato che l’unità è complicata da raggiungere, e considerato il già difficile successo del progetto attuale per sua natura tendente alla forma di confederazione, risulta più conveniente e realistico consolidare e potenziare il secondo in luogo del primo, ancora troppo velleitario financo utopistico.
Tutto ciò nell’attesa di un contesto storico differente scaturito da cambiamenti che, verosimilmente, potrebbero generarsi in maniera piuttosto inaspettata data la variabilità delle vicende politiche. Diviene dunque auspicabile un qualcosa di simile al “momento Cavour” che si generò solo pochi anni dopo che lo statista aveva giudicato la possibilità di unificare l’Italia fosse una “corbelleria” (Cafagna, 2012); quando cioè Cavour aveva saputo cavalcare l’onda di eventi il cui culmine permise l’unificazione italiana. Ancora, dato che tutt’oggi si continua a ragionare sull’effettiva mancanza di unità dell’Italia in quanto nazione, ritorna la tensione tra unità ed unificazione. Ma se anche la sola unificazione ha retto per l’Italia, pure non priva di contrasti intensi, perché non dovrebbe funzionare anche in Europa?
Quanto sopra descritto richiederebbe però non soltanto delle famiglie politiche capaci di avere una visione chiara di ciò che l’Europa dovrebbe essere e dovrebbe fare, ma anche e soprattutto un personale politico capace di mettere in pratica tali obiettivi. Per questa ragione, e per altre conseguenti, una qualsivoglia visione di rafforzamento europeo incontrerà presumibilmente un difficile cammino, e non già per le difficoltà che prima si citava, ma a causa della polarizzazione populista ed estremista sempre più evidente sia nelle destre sia nelle sinistre europee; le quali, abbandonando il loro carattere liberale e moderato, difficilmente potranno acquisire la capacità di declinare, nel caso delle destre, il portato del sovranismo in chiave europeista, anche se ciò costituirebbe un esperimento interessante e potenzialmente produttivo se collegato ai giusti criteri identitari comuni ai Paesi europei.
Bibliografia
V. Sofo, Tecnodestra, Paesi Edizioni, 2025.
J. Mearsheimer, S. Rosato, How States Think, Yale University Press, 2023.
J. Stoltenberg, Nella stanza dei bottoni, Editori Laterza, 2025.
A. Giannuli, A. Curioni, Cyber War, MIMESIS, 2019.
A. Mhalla, Technopolitique, Seuil, 2024.
MasiraX (a cura di E. Pietrobon), La guida della CIA al controllo mentale: operazioni psicologiche nella guerra di guerriglia, MasiraX Edizioni, 2024.
B. Pascal, Pensées, Gallimard, 2004.
M. Mian, Guerra bianca, Neri Pozza, 2025.
A. Škėma, White Shroud, Vagabond Voices, 2018.
E. Rogan, The Fall of the Ottomans, Penguin Books, 2022.
L. Cafagna, Camillo Benso, un gatto in agguato, Reset, 2012, ultimo accesso effettuato il 09/06/26 https://www.reset.it/articolo/camillo-benso-un-gatto-in-agguato







