The Death of Robin Hood di Michael Sarnoski: L’autopsia dell’eroe

La leggenda di Robin Hood diventa un requiem interminabile: affascinante sulla carta, estenuante sullo schermo

Il Novecento costruiva eroi. Il XXI secolo sembra incapace di credere a qualsiasi forma di eroismo. Oggi gli eroi si processano. È esattamente ciò che fa Michael Sarnoski con The Death of Robin Hood, dove il celebre arciere non è più una leggenda, ma un uom: o anziano, con il corpo attraversato dalle cicatrici e la coscienza abitata dai fantasmi, in attesa della morte.

Se Clint Eastwood, con Gli spietati, aveva smesso di glorificare la pistola per interrogarsi sulle conseguenze morali della violenza, e James Mangold in Logan trasformava Wolverine in un corpo consumato dalla propria immortalità, Sarnoski compie un passo ulteriore. Non vuole semplicemente umanizzare Robin Hood: vuole chiedersi se quella leggenda abbia mai avuto davvero ragione di esistere. Robin Hood è il primo ribelle pop della cultura occidentale. Redistribuisce la ricchezza, combatte il potere, sfida l’ordine costituito. Ma ogni rivoluzione porta con sé un prezzo. Esistono vedove, figli, innocenti, famiglie spezzate anche dalla parte “giusta” della Storia. Sarnoski decide di raccontare proprio quei fantasmi.

Hugh Jackman, in ideale continuità con Logan, interpreta un uomo sopravvissuto al proprio mito. La sua recitazione è tutta in sottrazione. Robin vive circondato dai morti che ha prodotto, simboli del fallimento di una narrazione eroica che per secoli ha trasformato la violenza in spettacolo. Qui si mette in discussione non soltanto il protagonista, ma l’intera idea che la Storia possa essere raccontata attraverso i grandi uomini. Walter Benjamin scriveva che «non esiste documento di civiltà che non sia anche documento di barbarie». Dietro ogni leggenda popolare esiste un archivio di dolore che nessuno racconta.

Anche la fotografia contribuisce a questo concetto. Le montagne e i boschi sembrano appartenere più al cinema di Robert Eggers che all’immaginario classico di Robin Hood. La natura non consola, non protegge, non giudica. È indifferente. L’uomo, invece, continua a costruire miti per dare un senso alla propria violenza. E’  qui che il film si incrina. Sarnoski sembra confondere la contemplazione con la profondità. Il silenzio non diventa automaticamente introspezione, così come l’immobilità non coincide con la riflessione filosofica. Tarkovskij non era profondo perché lasciava la macchina da presa immobile. Béla Tarr non dilatava il tempo per sembrare importante. In entrambi, il tempo trasformava continuamente il significato delle immagini. Dopo un primo atto sorprendentemente brutale e promettente, The Death of Robin Hood entra in una spirale contemplativa che continua a ruotare attorno agli stessi concetti — colpa, rimorso, redenzione — senza aggiungere nuove prospettive. Il movimento si arresta, la riflessione ristagna e il film finisce per soffrire dello stesso male della cultura contemporanea che vorrebbe raccontare.

Mark Fisher sosteneva che il capitalismo non produce più nuovi immaginari, ma ricicla incessantemente quelli esistenti. Anche Hollywood sembra incapace di inventare nuovi miti. Preferisce appropriarsi di quelli del passato per decostruirli all’infinito. Robin Hood, Batman, Superman, Peter Pan, Pinocchio: ogni figura deve essere traumatizzata, problematizzata, resa moralmente ambigua. Christopher Nolan ha contribuito più di chiunque altro a rendere questa operazione la grammatica del blockbuster contemporaneo. A forza di essere imitata, quella formula ha perso la propria carica sovversiva. Oggi decostruire un mito è diventato il modo più prevedibile di raccontarlo. L’eroe deve essere traumatizzato, il cattivo umanizzato, la leggenda problematizzata. Ma smontare un mito non significa automaticamente produrre un pensiero critico. Anzi, quando la decostruzione diventa un automatismo estetico, rischia di trasformarsi nel nuovo conformismo del cinema d’autore.

The Death of Robin Hood cade proprio in questa trappola. La sua intuizione è brillante, ma Sarnoski finisce per confondere la demolizione del mito con la sua analisi. Così il film si limita a reiterare stancamente un gesto che il cinema contemporaneo compie da almeno vent’anni. Più che la morte di un uomo, The Death of Robin Hood racconta un presente così diffidente verso ogni forma di idealismo da preferire l’autopsia della leggenda alla possibilità di immaginarne una nuova.  La morte di Robin Hood coincide con quella di un cinema che continua a smontare i miti senza trovare il coraggio di costruirne di nuovi.

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