Dopo il trionfo alla Mostra di Venezia, la nuova produzione A24 si prepara a debuttare in sala. Un affascinante bio sportivo che guarda alla New Hollywood.
Con The Smashing Machine, Benny Safdie, nel raccontare la vita del campione MMA Mark Kerr, compie un gesto che solo in apparenza sembra una deviazione dal suo percorso autoriale. In realtà, si tratta del suo film più coerente: ancora una volta, al centro c’è un uomo intrappolato nella rappresentazione di sé. Quello di Scorsese, di Rafelson e di Cassavetes era (e lo è ancora) un Cinema che guarda ai corpi per capire le anime, che non cerca la gloria ma il disastro umano sotto la superficie. Qui il regista (per la prima volta in solitaria, senza il fratello) fa respirare la stessa aria di quel decennio che ricostruì Hollywood. Infatti, la scelta di Dwayne Johnson per interpretare Mark Kerr non è un colpo di marketing, ma un gesto concettuale. Johnson, l’uomo-mito spogliato del suo stesso mito, interpreta un uomo distrutto dalla propria forza con un corpo (brutale) che mente e una voce (gentile) che chiede aiuto.
La prima parte, ambientata tra il 1997 e il 2000, segue Kerr nel suo passaggio dalla UFC al circuito giapponese del Pride Fighting Championship, quando le arti marziali miste erano ancora una giungla di sudore e caos. Safdie filma la materia viva di uomini che si picchiano per esistere, senza ne manierismo ne eroismo. Una camera a spalla che entra nei vestiti, nella pelle, nei respiri. U teatro della verità, un cinéma vérité che sembra improvvisato e invece è chirurgico.
Il film è come se fosse un dialogo sotterraneo con la carriera di Johnson. L’attore, che ha costruito il proprio successo su un’idea di controllo assoluto – del corpo, della narrazione, del brand – si abbandona qui a un territorio che lo disarma. È l’anti-Hollywood: niente carisma, niente ironia, niente battuta pronta. La sua voce, più sottile e incerta del solito, rivela una vulnerabilità che la sua filmografia non aveva mai osato mostrare. È come se The Rock recitasse contro se stesso, vulnerabile e bellissimo.
Emily Blunt, nel ruolo della moglie Dawn, offre un contrappunto alla mascolinità tossica del protagonista: non la “donna che salva”, ma una presenza instabile, quasi perturbante, che lo rimanda continuamente al suo fallimento affettivo. È qui che il film sfiora il Cassavetes più emotivo (Una moglie, Scia d’amore) quello dei sentimenti che non sanno dove cazzo andare. Il rapporto tra Mark Kerr con Mark Coleman (Ryan Bader), amico e rivale, introduce un archetipo: la fratellanza virile che implode nella competizione. Quando i due si ritrovano sullo stesso ring, Safdie non cerca il climax sportivo, ma un epilogo psicologico. Nessuno vince perché nessuno può farlo.
Prodotto A24, The Smashing Machine non è un film “riuscito” nel senso accademico, è un film necessario. Il ritratto di un uomo che si spacca il corpo e un regista che usa quella frattura per tornare al cuore del cinema fisico, sporco, sincero. E nel 2025, questo basta per chiamarlo un atto di coraggio.







