Torino, Salone del Libro: il mondo salvato dai ragazzini (e raccontato dagli adulti)

Al Salone Internazionale del Libro di Torino il futuro torna al centro del dibattito pubblico,  tra tensioni politiche, apertura internazionale e il rischio costante di una narrazione più evocata che praticata.

Torna dal 14 al 18 maggio, come ogni anno e con la rinnovata direzione di Annalena Benini, l’appuntamento fisso con il Salone Internazionale del Libro di Torino, che, dal 1988, occupa e trasforma gli spazi del Lingotto Fiere in uno dei principali poli culturali del Paese.

Con oltre 2700 appuntamenti tra incontri, dibattiti e presentazioni, distribuiti nei padiglioni e negli spazi esterni della città, non si tratta di una semplice e riduttiva fiera del libro: è un ecosistema culturale, capace di attrarre pubblico e protagonisti da tutto il mondo.

Al centro dell’imminente Edizione 2026, c’è il tema “Il mondo salvato dai ragazzini — esplicito richiamo all’opera di Elsa Morante, che sposta subito il focus su qualcosa di più profondo e mette sul tavolo una domanda che va oltre la letteratura: chi ha il diritto di immaginare il futuro, e da quale posizione lo racconta?

Un laboratorio culturale aperto

Ciò che rende unico il Salone è la sua natura inclusiva, rendendolo da sempre, non solo per addetti ai lavori, ma per chiunque senta il bisogno di confrontarsi con idee nuove. E non è un caso che, negli anni, sia passato da fiera editoriale ad evento culturale diffuso, in cui non solo libri, ma incontri, dibattiti e confronti hanno coinvolto editori, autori e pubblico in un unico spazio condiviso.

Una tendenza sempre più evidente è quella di un Salone che non si esaurisce più nel Lingotto, ma si estende alla città, trasformando il capoluogo piemontese in un’unica grande sala di eventi diffusa. Sul piano economico e turistico, il Salone rappresenta, infatti, anche una leva significativa per la città.

È un evento, questo, che richiama ogni anno centinaia di migliaia di visitatori che, tra una passeggiata sul lungo Po, un salto al Museo Egizio ed un aperitivo al gusto vermouth, non rinunciano ad una tappa alla fermata Lingotto metropolitana M1, che per una settimana all’anno diventa uno dei principali punti di accesso alla manifestazione e uno snodo centrale del flusso turistico.

Non si tratta quindi soltanto di un appuntamento culturale, ma di un vero e proprio motore economico temporaneo (e non) per l’economia cittadina, capace di rafforzare l’immagine della città come polo culturale europeo, dove cultura, turismo e industria creativa si intrecciano in modo diretto.

Dai dibattiti sui grandi temi contemporanei — sostenibilità, innovazione, identità — fino agli incontri con autori e professionisti del settore, ogni visitatore può costruire il proprio percorso. In questo senso, funziona come un vero e proprio laboratorio culturale: un ambiente in cui il libro diventa punto di partenza per riflessioni più ampie.

Nuove generazioni e rappresentazione del futuro

Ed è proprio all’interno di questo contesto, che il riferimento alle nuove generazioni assume un valore potente, come centro simbolico del discorso culturale. In un tempo che somiglia sempre più a quella “età dell’incertezza” evocata da tanta letteratura novecentesca, il riferimento alle nuove generazioni assume un valore ambivalente. Evocarle come portatrici di cambiamento rischia di trasformarsi in una proiezione, una modalità, forse involontaria, per spostare altrove responsabilità che sono ancora ben radicate nel presente. Come se il futuro fosse sempre, inevitabilmente, qualcosa che riguarda “gli altri”, fin troppo lontano e rimandato a un tempo indefinito.

È la struttura stessa del Salone a riflettere questo tema e questa tensione, con le nove sezioni tematiche, affidate a curatori diversi che contribuiscono a costruire un percorso che ricorda più un romanzo corale che una semplice esposizione: un intreccio di voci, prospettive, toni e linguaggi in cui il libro non è più centro esclusivo, ma nodo di una rete più ampia ed articolata.

In questa pluralità, l’evento sembra avvicinarsi a quella “opera aperta” teorizzata da Umberto Eco, in cui il significato si costruisce nella pacata ma costante interazione tra testi e lettori. Non deve sorprendere, allora, la presenza di autori internazionali come Irvine Welsho David Grossman, accanto a figure centrali del panorama italiano, dal realista e narrativo Niccolò Ammaniti al divulgativo e critico Corrado Augias che, con loro opere, spesso attraversate da conflitti sociali, identitari e politici, contribuiscono a definire un campo culturale in cui la narrazione non può più essere separata dalla realtà che la produce. Al contrario, si rafforza ulteriormente, questa dimensione globale e interconnessa.

Uno spazio attraversato dal conflitto

E tuttavia, proprio questa apertura rende il Salone, uno spazio inevitabilmente esposto al conflitto: negli ultimi anni, le polemiche legate alla presenza di alcune case editrici o alle posizioni politiche di autori e ospiti hanno mostrato quanto la cultura sia tutt’altro che neutrale. Il Lingotto si trasforma così in un luogo attraversato da fratture visibili, dove il dissenso convive con il dialogo e dove episodi di contestazione, proteste e tensioni hanno trasformato gli spazi della fiera in un luogo che, più che una “città invisibile”, appare sempre più come una città abitata ed attraversata da fratture visibili, in cui il dissenso trova spazio accanto al dialogo.

Si assumono tratti quasi kafkiani e dunque paradossali: un sistema complesso, stratificato, in cui le intenzioni dichiarate —inclusione, confronto, apertura — si scontrano con dinamiche spesso difficili da governare. La cultura, che dovrebbe limitarsi ad offrire strumenti per comprendere il reale, si ritrova così a esserne attraversata, e talvolta travolta.

Ed è qui che il tema delle nuove generazioni, allora, si carica di un significato ulteriore. Non basta evocare i “ragazzini” come possibilità salvifica, né trasformarli in simbolo di un cambiamento futuro. La vera questione è capire se esista davvero uno spazio autentico in cui quella voce possa emergere senza essere filtrata o neutralizzata da narrazioni già costruite.

Perché andarci (o raccontarlo)

Partecipare al Salone significa entrare in contatto con una comunità viva e dinamica. Significa ascoltare, scoprire, lasciarsi sorprendere, ma anche fermarsi a riflettere sul ruolo della cultura oggi. In un’epoca dominata da velocità e frammentazione, eventi come questo offrono uno spazio prezioso e raro per rallentare e approfondire. Spazio che, con l’attuale edizione, si espande anche fisicamente, includendo nuove aree sperimentali come la Pista 500 sul tetto del Lingotto e spazi dedicati alle arti performative, al fumetto, allo sport e all’autopubblicazione.

Il libro, in questo contesto, non scompare, ma perde la sua centralità assoluta: diventa uno dei tanti linguaggi possibili.

In questo scenario, il Salone assomiglia sempre meno a una semplice esposizione e si trasforma sempre più in una scena pubblica, dove la cultura non si limita a mostrarsi, ma inevitabilmente si espone.

L’edizione 2026, inoltre, conferma e rafforza un trend ormai evidente: la contaminazione e connessione tra editoria e altri mondi. Tecnologia, podcast, contenuti digitali e nuovi modelli di fruizione stanno ridefinendo il concetto stesso di lettura. Non si tratta di una crisi del libro, ma di una sua evoluzione. Il Salone diventa così il luogo ideale per osservare questi cambiamenti da vicino e comprenderne le implicazioni.

E dunque va inteso come un sintomo, che non crea un cambiamento
ma lo riflette, ritornando al filo conduttore scelto, che non è soltanto un omaggio letterario, ma una presa di posizione, con l’intento di spostare il baricentro del discorso culturale, mettendo al centro lo sguardo dei più giovani come possibile chiave di lettura del presente.

Il risultato è un programma che supera la dimensione fieristica per assumere quella di un vero e proprio festival culturale, in cui il libro diventa punto di partenza per discutere di politica, società e media, accompagnato da un calendario fitto e stratificato, che scandisce le cinque giornate del Salone Internazionale del Libro di Torino in una successione continua di appuntamenti.

L’apertura, giovedì 14 maggio, sarà segnata dagli incontri inaugurali e da una serie di dialoghi che mettono subito al centro il tema dell’edizione, con voci internazionali come il premio nobel per la letteratura 2022 Annie Ernaux e italiane, ed altrettanto lodevoli, come quella di Chiara Valerio e Paolo Giordano.

Venerdì 15 e sabato 16 saranno le giornate più dense del programma: dalle ore 10 fino alla sera inoltrata, i padiglioni del Lingotto ospiteranno presentazioni editoriali, tavole rotonde e incontri con il pubblico, tra cui quelli con Abraham Verghese, presente in dialoghi tra medicina e letteratura e con Petros Markaris, legato al filone del noir mediterraneo; affiancati, questi ultimi, da nuove voci della narrativa e da protagonisti dell’editoria indipendente, si muoveranno in un contesto in cui si svilupperà un programma dedicato a scuole e professionisti, tra laboratori, workshop e momenti di formazione.

La domenica,17 maggio, amplierà ulteriormente il raggio d’azione del Salone, con eventi diffusi anche negli spazi cittadini e un’attenzione particolare agli incontri intergenerazionali. Ma sarà la giornata conclusiva di lunedì 18, che si concentrerà su momenti di sintesi e riflessione, a far emergere la vera natura di questa edizione: un palinsesto continuo ed articolato, che più che offrire un percorso lineare invita a una navigazione libera, tra sovrapposizioni, scoperte e inevitabili scelte.

Ed è da questa prospettiva che il Salone Internazionale del Libro di Torino, oggi più che mai, sembra funzionare come uno specchio. Riflette aspirazioni e paure, aperture e resistenze, promesse e limiti di una cultura che fatica a trovare un equilibrio tra rappresentazione e azione, mostrando la sua natura più contraddittoria: racconta il cambiamento mentre lo attraversa, lo tematizza mentre lo subisce. Come se fosse sempre un passo avanti nella narrazione e uno indietro nella realtà.

La domanda che attraversa questa edizione resta dunque sospesa: se il mondo può davvero essere “salvato dai ragazzini”, come suggerisce il titolo, allora la questione non è più solo letteraria. È profondamente politica, e riguarda chi ha il diritto di immaginare il futuro e con quali strumenti.

La sfida non sarà raccontarlo, ma creare le condizioni perché ciò accada. Altrimenti, come spesso accade nelle storie — e non solo in quelle letterarie — il rischio è che il finale resti aperto, sospeso tra ciò che immaginiamo e ciò che, ancora, fatica a diventare reale.

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