Il 27 agosto 2025 è una data destinata a segnare un nuovo capitolo nella già complessa relazione tra Stati Uniti e India. Ieri infatti sono entrati in vigore i dazi del 50% imposti dall’amministrazione Trump nei confronti di una vasta gamma di beni indiani. In realtà, il Presidente statunitense aveva annunciato inizialmente tariffe al 25%, poi raddoppiate come misura punitiva per la scelta di New Delhi di continuare a importare petrolio russo. Una mossa che affonda le radici tanto nel protezionismo economico quanto nella diplomazia del confronto. Per l’India, si apre un fronte economico delicato. Per il mondo, un ulteriore segnale della fragilità delle catene globali e della crescente bilateralizzazione del commercio internazionale.
Da “partner strategico” a “paese troppo vicino a Mosca”.
Negli anni 2000 e 2010, Stati Uniti e India si sono avvicinati con lentezza ma decisione. I due paesi condividevano un interesse comune: contenere l’ascesa cinese. Il Quad, il dialogo strategico tra USA, India, Giappone e Australia, ne era l’emblema. Ma sotto la superficie di cooperazione, sono sempre rimaste divergenze importanti: sul commercio, sull’autonomia strategica dell’India oltre che sul suo rapporto con la Russia.
È proprio quest’ultimo elemento che ha riacceso la frizione. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’India ha evitato di condannare apertamente Mosca, mantenendo legami militari ed energetici. Una posizione che Washington ha tollerato a fatica. Ma con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, il margine di ambiguità si è ristretto.
I dazi annunciati a luglio e applicati in tre fasi tra aprile e agosto 2025 – fino al 50 % su oltre 850 beni – sono stati giustificati ufficialmente come “reciproci”. Ma la narrativa dominante è un’altra: punire l’India per il suo allineamento di fatto con la Russia. I toni di Trump sono stati netti: “Non possiamo continuare a premiare chi compra energia da Putin mentre chiede commercio libero da noi”. I dazi colpiscono duramente settori cruciali dell’export indiano: moda, tessile, artigianato, mobili, prodotti ittici e gioielli. Sono comparti ad alta intensità di manodopera, spesso trainati da piccole e medie imprese. In totale, rappresentano circa 70 miliardi di dollari di export verso gli USA – quasi l’80 % delle esportazioni indiane più vulnerabili alle nuove tariffe. La Camera di Commercio indiana stima che i dazi potrebbero causare una perdita secca del 40–60 % per questi settori, nel solo 2025–2026. Migliaia di aziende rischiano di chiudere. Le esportazioni di gamberi, ad esempio, un tempo fiore all’occhiello del Kerala e dell’Andhra Pradesh, si trovano oggi di fronte a barriere doganali che ne rendono quasi impossibile la competitività negli Stati Uniti. Curiosamente, alcuni settori strategici – come la farmaceutica e i semiconduttori – sono stati parzialmente esentati. Segno che Washington non vuole recidere del tutto i legami economici, ma ricalibrarli su una nuova base.
Vecchie dipendenze, nuove alleanze?
Per il governo Modi, i dazi rappresentano un triplo colpo: economico, politico e simbolico. Sul piano economico, le conseguenze si vedono già: crollo delle esportazioni, rialzo dei prezzi interni in alcuni segmenti, fuga di investitori esteri. Politicamente, il premier indiano è ora stretto tra la narrativa del “Make in India” e la realtà di un’industria esportatrice che dipende fortemente dagli Stati Uniti. A livello simbolico, poi, è una sconfitta: l’India, che ambisce a essere una potenza autonoma e un interlocutore globale, si trova di fatto trattata alla stregua di un “paese problematico”.
La risposta di Nuova Delhi si muove su più livelli. Da un lato, ha accelerato i contatti con l’Unione Europea, l’America Latina e il Sud-est asiatico, nel tentativo di aprire nuovi mercati. Dall’altro, ha avviato una revisione interna delle politiche fiscali per sostenere le esportazioni – con tagli IVA e incentivi mirati. Ma la verità è che nessun mercato può sostituire quello americano nel breve termine. Per un’India, che esporta principalmente beni di consumo a medio valore aggiunto, gli Stati Uniti restano una destinazione cruciale. Ma per gli Usa la probabile deriva nei rapporti con New Dheli potrebbe promettere maggiore isolazionismo per la vicinanza di quest’ultima con Russia e Cina (ed anche, perché no, con l’Unione Europea), ma non solo: per molti indiani, gli Stati Uniti iniziano a sembrare un partner inaffidabile, meno coerente rispetto al passato. Questo cambiamento di percezione potrebbe avere conseguenze concrete, soprattutto in un paese che è oggi la quarta economia mondiale e un mercato chiave per Washington. Sempre meno studenti indiani, ad esempio, potrebbero scegliere gli Stati Uniti per studiare, preferendo università in Europa o in Asia. Anche il numero di turisti in viaggio verso gli Stati Uniti potrebbe diminuire, spinto da un generale calo di fiducia.
Anche le imprese indiane stanno iniziando a riconsiderare il loro rapporto con gli Stati Uniti. Senza grandi annunci, alcune aziende stanno valutando come ridurre la propria dipendenza dal mercato americano e diversificare le proprie collaborazioni internazionali.
Il governo indiano, per ora, mantiene un profilo basso, evitando scontri diretti. Ma il segnale che arriva dalla società è chiaro: l’India guarda agli Stati Uniti con sempre maggiore cautela. E se questa tendenza dovesse consolidarsi, potrebbe segnare una svolta nei rapporti tra due delle più grandi democrazie del mondo.
La logica trumpiana del conflitto commerciale.
Il ritorno di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti ha riportato in auge una visione muscolare del commercio internazionale: dazi come leva di potere, protezionismo come strumento identitario, diplomazia come proiezione della volontà unilaterale americana. Con la Cina, questa strategia aveva una coerenza strutturale: due economie in competizione diretta, con tensioni geopolitiche esplicite. Con l’India, invece, la logica è più opaca. Colpire uno dei pochi paesi democratici in crescita, impegnato a contenere Pechino, può sembrare controproducente. Ma per Trump, il punto non è la coerenza strategica: è il consenso elettorale interno. Punire chi “approfitta dell’America” paga sempre, in termini di narrativa populista.
I dazi del 2025 potrebbero segnare un punto di non ritorno nella relazione indo-americana. Se l’India dovesse spingersi verso un asse eurasiatico con Russia, Iran e Cina – per ora ipotesi remota – gli equilibri globali muterebbero in modo sensibile. Se, al contrario, Nuova Delhi scegliesse un riallineamento parziale con l’Occidente, magari cedendo su alcune posizioni russe, l’episodio potrebbe rientrare nella logica di un braccio di ferro. In entrambi i casi, però, il danno è fatto: la fiducia reciproca è stata incrinata. E nel mondo post-globale, dove le alleanze si fanno e disfano su base transazionale, ogni dazio non è solo una tassa. È un messaggio. Politico.







