Tutto quello che resta di te di Cherien Dabis

Esce il 18 settembre in sala il film acclamato al Soundance Festival. Una bellissima epopea familiare che conquista e commuove. La Palestina esiste, resiste, soffre e lo ha sempre fatto

In tempi in cui la macchina propagandistica israeliana tenta di riscrivere la storia, questo film è un inno di resistenza, un atto di accusa contro l’occupazione, la pulizia etnica, l’espropriazione culturale e umana di un popolo. Tutto quello che resta di te è una ferita aperta, una memoria che brucia, un grido soffocato. La regista e attrice Cherien Dabis dirige con una lucidità clinica un’opera che travolge lo spettatore e lo costringe a guardare dritto negli occhi la tragedia palestinese, troppo spesso distorta o rimossa.

Il racconto comincia nel 1948, l’anno della Nakba, quando il patriarca Sharif è costretto a lasciare Jaffa, la sua casa, i suoi alberi d’arance — simbolo di una vita recisa alla radice. Non è solo lo strappo da una terra: è la cancellazione di un’identità, l’inizio di un esilio che non conosce ritorno. Attraverso tre generazioni, il film ci accompagna in un percorso dove la storia è dolore che si tramanda, memoria che si incarna nei corpi e negli sguardi. Salim, figlio di Sharif, cresce nell’ombra di questa perdita, sospeso tra l’eredità paterna e un futuro negato. Ma è Noor, il nipote, a incarnare il cuore spezzato del film. Studente dallo spirito appassionato come le sue letture, viene colpito alla testa durante una manifestazione. La donazione degli organi di Noor, decisa dai genitori, diventa allora un atto di amore radicale in un contesto di odio radicale. È l’estrema testimonianza di come la vita palestinese, pur calpestata, continui a dare, a generare, a resistere. Una scelta che trasforma il dolore personale in un gesto politico.

Dabis costruisce un cinema politico senza proclami, ma intriso di un lirismo austero. Non si limita a raccontare: interroga, accusa, costringe lo spettatore a riflettere sulla storia recente. Il film alterna momenti di struggente intimità — un padre che gioca con i figli, un matrimonio che si riversa nelle strade, il dolore di un funerale — a sequenze che ricordano il neorealismo italiano per la loro crudezza. Ne è un esempio la scena in cui Salim (un intenso Saleh Bakri) viene umiliato davanti al figlio Noor da giovani soldati israeliani. In quell’istante si cristallizza la genealogia del trauma: un bambino che grida “codardo” al padre non dimenticherà mai. Noor, cresciuto nella rabbia e nella frustrazione, finisce per gettarsi in una rivolta che segnerà tragicamente il destino della famiglia.

Il ritorno finale a Jaffa, nel 2022, chiude il cerchio con la potenza del non-detto. Gli anziani genitori di Noor, ormai in Canada, rientrano nella loro terra, ma non la ritrovano. La casa è un’altra, gli alberi di arance sono spariti, la lingua nelle strade non è più la loro. Rimane solo il mare, testimone muto e immutabile, a ricordare ciò che è stato strappato e mai restituito. È un finale che non concede consolazione: la ferita resta aperta.

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