Un diverso modo di protestare; cosa sta succedendo in Lituania 

Negli ormai lontani mesi autunnali, in quella tranquilla e languorosa atmosfera della città vilniense, chiunque fosse intento a passeggiare nella piazza antistante il sobrio, eppure in qualche modo maestoso, palazzo presidenziale si sarebbe ritrovato ad osservare una scena assai curiosa. 

Una donna, in piedi al di sopra di una sorta di piedistallo, in posizione ferma e fiera. Lo sguardo e la postura solennemente orientati verso il palazzo, situato a poca distanza. Sulle spalle un mantello ornato da un simbolo che ben si distingue in molti altri angoli urbani: un cartello di segnalazione lavori con la scritta kultura (tradotto “cultura”) che scivola verso un baratro pericoloso. 

La dinamica delle proteste

Trattasi delle proteste che tuttora stanno avendo luogo nella totalità del Paese baltico, e che anzi si estendono a nuovi fenomeni e dinamiche politiche proprie dell’attualità lituana.  Difatti, quello che sta succedendo è una reazione alla decisione governativa di impattare su alcuni aspetti della dimensione socio-culturale interna. 

Tutto era partito nei primi mesi con la volontà parziale di ridurre i fondi destinati alla cultura, nonché dal fatto che il ministero competente per tale ambito fosse stato affidato ad un partito di tendenze populiste e sovraniste. Adesso le proteste si stanno perpetuando perché è emersa la volontà di apporre maggiori limitazioni operative ad LRT, l’emittente nazionale, financo di spingere per l’ottenimento delle dimissioni del direttore corrente. 

Una diversa forma di protesta

Queste le dinamiche e le relative cause scatenanti. Si può essere più o meno d’accordo che esse risultino di una rilevanza tale da allargarle ad un dibattito connesso ad un contesto extra-nazionale. In ogni caso, la volontà di attaccare la cultura e di minacciare, più o meno indirettamente, attori chiave della comunicazione mediatica pubblica in un Paese europeo dovrebbe quantomeno suscitare interesse, e non solo nel pubblico più attento. 

Tuttavia ciò che più colpisce, in particolare un osservatore abituato alle tipiche situazioni italiane, non è tanto la motivazione della protesta lituana bensì la sua dinamica di svolgimento. 

Camminando per la città non si nota una vetrina rotta, un cassonetto rovesciato, un qualsivoglia elemento minimamente fuoriposto. Tutto è tranquillo, e sembra quasi che proteste non ve ne siano. Eppure tutti sanno che una protesta è in corso; tutti sanno quali sono i motivi e perché è importante esserne consapevoli nonché partecipare, anche solo con la contribuzione del proprio pensiero critico senza necessariamente calarsi in attivismi di piazza. 

Tutti sanno che una protesta è in corso, e tutti lo apprendono grazie alla diffusione del suo simbolo per le strade della città. Ogni bar, ogni caffè, ogni museo, ogni teatro, ogni ristorante, ogni muro libero e sul quale sia possibile affiggere il noto adesivo in dimensioni più o meno grandi. Il simbolo è ovunque, pertanto la protesta è ovunque. Si diffonde silenziosa ma onnipresente, e nessuno sente il bisogno di ricorrere alla violenza. 

Se proprio una violenza si vuole individuare, ve ne può essere una simbolica. Se ripensiamo a quella donna che si rivolge fieramente verso il palazzo dove alberga il Presidente, simbolo supremo del potere statale, possiamo accorgerci della sua presenza. Ancora una volta un gesto silenzioso e immanente, eppure così carico di significato e già bastevole ai fini di una diffusione prolungata e capillare. 

Una scritta sotto al piedistallo: io terrò la mia posizione fino all’ultimo, e voi lo farete? Una protesta può essere ordinata e civile senza il bisogno di risvegliare istinti spagnoleschi e sanguinari. Una lezione che l’Italia, patria di molti elementi di civiltà troppo spesso obliati, dovrebbe recuperare.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here