In prima riga, lo scriviamo con felicità: Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi. Da ben più di un anno erano detenuti nelle carceri venezuelane senza imputazione formale, mentre oggi con il rovesciamento di Maduro sono liberi. Non è nostra intenzione discutere di massimi sistemi geopolitici: Trump ha fatto bene, Trump vuole il petrolio, Trump sta attuando la sua visione imperialista e non si fermerà dunque va fermato. Guardiamo ai fatti: dei nostri connazionali hanno ottenuto la libertà in un Paese dove, prima con Chavez e poi con Maduro, la libertà non era più sul dizionario della vita quotidiana.
Oggi, tramite queste colonne, abbiamo il desiderio di chiedere alla sinistra italiana cosa si provi a essere scesa in piazza contro la liberazione del Venezuela dal carceriere dei nostri connazionali.
È proprio questo l’interrogativo, alla cui base sta una retorica sempreverde in certi rami della politica italiana: quando si dovrebbe gioire, si trova il pretesto per contestare. Stavolta tuttavia la contestazione è paradossale. Non perché l’azione di Trump possa aver creato un precedente, facendo breccia nel diritto internazionale e nella sovranità territoriale, quello è indiscutibile e andrà valutato; piuttosto poiché chi invoca libertà dovrebbe abbracciare chiunque promuove quel valore sostenendo l’Italia. Sostenere la liberazione dalla carcerazione illegittima di un prigioniero italiano è sostenere l’Italia, i suoi valori e la libertà.
Non dovrebbero esistere prigionieri di serie a e prigionieri di serie b. Di Alberto Trentini, ad esempio, la stampa generalista ha iniziato a parlare da poche settimane. I casi Sala, Sgrena, Marzullo, Gremelli, Quirico sono stati attenzionati dai media come giustamente meritavano. Quelli di oggi un po’ meno. E se al deficit di comunicazione aggiungiamo anche lo smacco di chi protesta contro la deposizione del dittatore che li ha imprigionati, siamo al limite del ridicolo.
Non escludiamo perfino di averlo superato.







