Da eroe nazionale a traditore della patria, in Italia basta un attimo. Jannik Sinner, il ragazzo silenzioso che ha riportato il tennis nelle case degli italiani, che ha fatto risuonare l’inno di Mameli sul campo della Coppa Davis dopo quasi cinquant’anni, oggi è finito nel tritacarne del moralismo patriottico. Ha osato dire “no” alla convocazione, e tanto è bastato per trasformarlo da simbolo di orgoglio a capro espiatorio.
Le accuse sono sempre le stesse, come un disco rotto: “vive a Montecarlo”, “non paga le tasse in Italia”, “rifiuta di servire la nazione”. Il teorema del beniamino ingrato. Ma la verità, come spesso accade, è più semplice e meno comoda: Sinner ha scelto di preservare la propria stagione, il proprio fisico e la propria carriera. E nel tennis moderno, in cui la Coppa Davis non dà punti ATP, non incide sulle classifiche, non sposta sponsor né calendari, la scelta è perfettamente comprensibile. La Davis non è più la “Coppa del Mondo” del tennis. È diventata un trofeo prestigioso, sì, ma marginale, inserito in un calendario congestionato e in un sistema che premia l’individualismo agonistico più che la dimensione collettiva.
Il problema, semmai, non è Sinner. È l’Italia. In altre parole, la nostra patologica incapacità di accettare il successo quando smette di coincidere con le nostre aspettative. L’italiano medio ama il campione solo finché resta umile, disponibile e prevedibile. Il giorno in cui alza la testa, fa una scelta autonoma, o semplicemente pensa da professionista e non da figurina, scatta l’odio. È il meccanismo della rupe Tarpea: prima ti incoronano, poi ti buttano giù. Accadeva così per i traditori condannati a morte nell’antichità romana, che in tal modo venivano espulsi dall’Urbe, ma col prezzo della vita.
Eppure, Sinner non ha mai mancato di rispetto alla maglia azzurra. Non ha mai parlato male del Paese che rappresenta, né si è sottratto al dovere quando contava davvero. Ha portato visibilità, entusiasmo, e soprattutto – cosa che pochi sembrano ricordare – ha acceso una generazione di ragazzini che oggi impugnano una racchetta grazie a lui. In un Paese dove lo sport fatica ancora a essere inclusione, cultura, opportunità, tuttavia la necessità che lo diventi è sempre più impellente, Sinner è stato un moltiplicatore di sogni. Qual è il fine di un uomo di sport, se non ispirare chi è venuto, o verrà, dopo di lui? È in un certo senso il fine della vita di ciascuno; ma chi ha ruoli apicali, e a maggior ragione di visibilità estrema, se ne deve fare carico.
Forse dovremmo chiederci se il patriottismo sportivo serva a unire o solo a giudicare. E se preferiamo un simbolo da bruciare o un atleta da sostenere. Perché gli eroi veri non si costruiscono con la retorica, ma con la memoria: quella di un ragazzo altoatesino che, con i fatti e non con le parole, ha portato l’Italia sul tetto del mondo. E che oggi, paradossalmente, rischia di cadere dalla rupe che lui stesso ha scalato.







