La politica inizia a scoprirsi, e il governo Meloni finisce terremotato. Le dimissioni di Daniela Santanchè da ministro arrivano esattamente al confine tra responsabilità personale e tenuta politica.
Non è una caduta improvvisa. Già da tempo il caso Santanchè era sonnecchiante sotto le coperte di protezione del governo. Andava tutto bene, quel caso poteva essere coperto. Oggi che la Meloni accusa un primo duro colpo, a cui arriva senza preparazione, Daniela scotta e va tolta dalla lista dei problemi. A ben vedere, un ministro della Repubblica che è indagato per truffa aggravata ai danni dell’INPS, a processo per falso in bilancio e indagata per bancarotta, non fa fare brillanti figure alla propria maggioranza.
In più, il voto contrario al referendum sulla giustizia, presentato per mesi come una battaglia identitaria, ha restituito un verdetto che pesa più di qualsiasi sondaggio: quando gli elettori si sottraggono o respingono, stanno dicendo che la narrazione non regge più. Da una parte un ministro costretto a lasciare sotto il peso di vicende giudiziarie ancora aperte; dall’altra un elettorato che non segue la linea tracciata su un tema simbolico come la giustizia. In mezzo, un governo che si scopre più fragile di quanto racconti.
Per anni la giustizia è stata usata come terreno di scontro: o arma contro gli avversari o scudo per i propri. Ma quando la realtà bussa alla porta quella stessa narrazione si ritorce contro chi l’ha costruita. La verità è che non esiste una “giustizia a giorni alterni” credibile. Non si può invocare garantismo quando conviene e giustizialismo quando serve. Gli elettori lo percepiscono, e il voto lo dimostra.
E allora le dimissioni della Santanchè non sono solo la fine di una vicenda personale, bensì il sintomo di qualcosa di più ampio: una crepa tra racconto e realtà che si sta allargando. Il referendum, con il suo esito, non fa che amplificarla.







