C’è un tempo nello sport in cui il cronometro dovrebbe bastare. E poi c’è il tempo delle narrazioni, quello in cui la vittoria non viene raccontata per ciò che è, ma per ciò che appare. Jutta Leerdam, oro olimpico nei 1000 metri a Milano-Cortina, è diventata in poche ore simbolo perfetto di questo cortocircuito: talento assoluto, ma anche corpo mediatico. Atleta di talento, vincente, infine bellissima. Si parla troppo di questo: ma il problema non è la bellezza, bensì il peso che lo sguardo collettivo le attribuisce.
Leerdam non è un fenomeno improvvisato: ha vinto titoli mondiali, siglato record, è continuativa nel suo percorso professionale. Eppure gran parte della narrazione pubblica ruota attorno alla sua immagine: milioni di follower, il fidanzato celebre, la vita da influencer. Ci chiediamo quale sia il risultato che si ottiene guardandola con una lente deformante. Semplicemente, si perde di vista ciò che più conta, ossia il risultato.
Nel maschile la bellezza è un dettaglio; nel femminile spesso diventa una categoria. L’atleta bellissima viene trasformata in personaggio, e il personaggio rischia di divorare la sportiva. Accadeva con la regina delle ginnaste, la statunitense Simon Biles, che veniva definita dai media “aggraziata”, “carina”, prima che performante. E mille altre volte sarà accaduto, senza guardare soltanto ai vertici dello sport. Non è un caso che una parte della discussione online riduca la pattinatrice a estetica e desiderio. I commenti mostrano quanto lo sguardo sessualizzato possa oscurare il merito sportivo. E così il corpo, nello sport femminile, smette di essere strumento di performance e torna oggetto di giudizio.
La vittoria olimpica di Leerdam non è solo sportiva. Va oltre la dimensione dello sport e si inserisce in quella sfera culturale che sa di riscatto.Perché ogni volta che una atleta bellissima vince nonostante il rumore mediatico, dimostra una cosa semplice e scomoda: la bellezza non è un vantaggio, è una variabile narrativa.
E se quel 1’12”31, tempo da oro olimpico, fosse anche il tempo con cui un certo pubblico si concentrasse sui risultati della Leerdam, sarebbe poco, ma significherebbe qualcosa.







