Verba manent: il silenzio su Alberto trentini

Un nome che dovrebbe risuonare nelle stanze del potere e nelle pagine dei giornali eppure, da troppo tempo, è avvolto dal silenzio: Alberto Trentini, operatore umanitario italiano, è detenuto in Venezuela da oltre un anno, arrestato il 15 novembre 2024 mentre si trovava nel paese per la ONG Humanity & Inclusion, impegnata ad aiutare persone con disabilità. Da quel giorno non sono state fornite accuse formali credibili, non è chiaro dove si trovi esattamente né quali siano le sue condizioni di salute o di detenzione.  

La vicenda di Trentini è emblematica per ciò che non è diventata: non un caso nazionale, non un punto di mobilitazione collettiva, ma una sorta di vuoto nella nostra memoria civica. Mentre altri cittadini italiani rapiti o detenuti all’estero hanno catalizzato l’attenzione dei media e delle istituzioni, la storia di Trentini è scivolata nelle pieghe della cronaca, percepita da molti come “un problema lontano”.  

Si tratta di un uomo che ha dedicato la sua vita ad aiutare gli altri, che ha studiato, lavorato per anni nella cooperazione internazionale e che si è trovato a scontare in un carcere venezuelano una detenzione che la società civile, le famiglie, le ONG e persino parte della politica qualificano come ingiustificata e arbitraria.  

Che cosa dice la nostra comunità internazionale quando un italiano che non è una celebrità, che non è il figlio di un potente, scompare nel nulla ai confini della democrazia? È questa la domanda che dobbiamo porci con severità di fronte al silenzio mediatico che circonda questo caso. La cooperazione internazionale non è un hobby da privilegiare o ignorare a seconda della popolarità dei protagonisti. È un ponte di umanità, un modo di costruire relazioni e difendere diritti laddove i diritti sembrano fragili. Chi lavora nei territori difficili lo fa spesso a rischio della propria incolumità, e non per profitto, bensì per giustizia.

L’anno che ci lasciamo alle spalle dovrebbe essere un monito per le istituzioni italiane e per il sistema dell’informazione: ogni cittadino ha diritto alla stessa protezione, alla stessa mobilitazione e alla stessa dignità di fronte a un arbitrio estero. Che sia un cooperante in Venezuela o un imprenditore in un altro angolo del mondo, la Repubblica deve attivarsi con determinazione e continuità, senza gerarchie di audience.  

Nel 2025 abbiamo assistito a mobilitazioni, appelli, richiami delle istituzioni ma la sostanza resta: un uomo è ancora lontano da casa, e il rumore del silenzio è più feroce di qualsiasi battaglia diplomatico-mediatica.  

Se la democrazia si misura anche da come risponde ai più vulnerabili, allora la storia di Alberto Trentini è un test che non possiamo permetterci di fallire. La cooperazione internazionale non è un optional; è un pezzo della nostra identità collettiva. E nessun italiano deve essere lasciato solo nelle pieghe dell’indifferenza globale.

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