Si chiude un fascicolo (stavolta, nello specifico, il motore di feroci battaglie politiche nell’arco del ventennio berlusconiano), ma si apre un conto. Si è chiuso per archiviazione il filone giudiziario su Berlusconi e Dell’Utri per le presunte connessioni con le stragi mafiose del 1993, tuttavia i costi stimati di tutto l’iter ammontano a oltre 25 milioni di euro. E a pagarli sono stati proprio i cittadini.
Si tratta di una cifra che non rappresenta una condanna, né una assoluzione, ma qualcosa di più opaco e meno digeribile: il prezzo di un’inchiesta durata decenni e approdata, ancora una volta, a un nulla di fatto giudiziario. Politicamente, l’accusa di essere stati mandanti occulti delle stragi di mafia al fine di favorire l’affermazione del cavaliere è stata un’incudine martellata all’infinito. Oggi, post mortem, trova riposo dai colpi. Giudiziariamente, un calvario strumentalizzato da opposizioni e stampa, che si è concluso nel nulla. Ma non dal punto di vista economico.
Potremmo chiederci come sarebbe migliorato il sistema giudiziario se quei 25 milioni fossero stati spesi per ottimizzare le procure, assumere personale nei tribunali, ampliare le carceri e risolvere le iniquità che vi sono all’interno. Sarebbe, comunque, una domanda retorica; il punto è che la giustizia, a un certo punto, si trasforma in inerzia istituzionale. La lunghezza del procedimento viene scambiata per profondità dell’accertamento, senza badare all’accumulo di costi che potrebbero essere risparmiati o distribuiti diversamente.
Badate bene, le archiviazioni non sono mai neutrali. Chiudono un procedimento, ma lasciano aperto un interrogativo pubblico: era inevitabile arrivare fin qui o si è continuato troppo a lungo? Sarebbe stato opportuno riflettere anche sull’impatto politico che un procedimento, rivelatosi inutile alla prova dei fatti, ha avuto sul corso della storia del nostro Paese. La procura di Firenze si è arresa, ma prima di essa altre sei volte le accuse contro loro due erano state giudicate infondate da altri tribunali. Per sette volte, dunque, nel corso della storia italiana, qualcuno s’è destato, ha aperto il calendario scorrendolo all’indietro e si è detto: “le stragi sono accadute nell’estate del ’93, Berlusconi poco dopo ha fondato Forza Italia; dev’esserci una correlazione”. E così è passato il tempo a cercare ciò che non è mai esistito, per anni, per più volte.
Allora non ha molto senso chiedersi chi abbia avuto ragione o torto, soprattutto poiché, dei due, uno è passato a miglior vita e l’altro, Marcello Dell’Utri, da anni continua a subire una gogna giudiziaria nonostante le sue precarissime condizioni di salute. Dovremmo piuttosto interrogarci sul quanto siamo ancora disposti a pagare, in denaro, tempo e credibilità, per una giustizia che troppo spesso arriva tardi per essere decisiva e troppo presto per essere definitiva.







