Verba manent: intercettazioni ingiuste

Strana nazione l’Italia, con un popolo generalmente attacchino con le istituzioni e debole con gli oppressori, dove regna omertà anche a seguito della notizia della cattura di un boss, e con una classe politica contraddittoria, che sceglie un ministro e poi ne critica, anche dall’interno, le scelte sagge. 

È il caso di Nordio, cosiddetto “ministro garantista”, che in un Paese normale e ossequioso della Costituzione non dovrebbe significare nulla, o meglio dovrebbe essere una inutile ripetizione: all’art. 27 la nostra Carta ricorda il principio di non colpevolezza, secondo cui nessuno possa essere ritenuto colpevole sino alla condanna definitiva. A questo sacrosanto principio si aggancia il tema scottante del momento, ossia le intercettazioni.

La confusione è generata dalle opposizioni e da quei giornalisti, definiti sagacemente da Claudio Velardi in un tweet “che reclamano la libertà di sputtanare chiunque per contare di più nel circo politico-mediatico”, che dicono che Nordio voglia abolire le intercettazioni. Quello che vuole fare il ministro è intervenire sugli abusi delle intercettazioni, cioè quei casi che riempiono le pagine dei nostri giornali (qui si capisce forse perché tanti siano contrari a questa riforma) di informazioni private, secondarie, non verificate. Per gli innamorati della Costituzione, la stessa all’art. 15 tutela la segretezza delle comunicazioni. Qualcuno ha dimenticato i casi Luca Morisi, Simone Uggetti e via enumerando?

Finiamola col teatro, per favore, e discutiamo di politica. L’abuso delle intercettazioni è la piaga mediatica del secolo e, finalmente, c’è un ministro intenzionato a curarla. Ci piacerebbe vedere quelli che oggi criticano Nordio, perché mossi dallo spirito immaginato da Velardi o semplicemente da astio verso il nuovo governo, professarsi domani, a dibattito smorzato, paladini del garantismo. 

La memoria non sarà fallace. 

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