A Capena, alle porte di Roma, nel cuore della festa, tra luci e musica, un uomo di sessantaquattro anni è stato pestato a morte da un gruppo di ragazzi. Si chiamava Stefano Luigi Cena, faceva il giostraio. Ha avuto l’unica colpa di chiedere che venisse pagato un biglietto. Una richiesta normale, bastata a scatenare la furia del branco. Calci, pugni, la testa sbattuta sull’asfalto. Poi il coma e la morte.
Non è una rissa né una tragedia isolata. È un segno dei tempi: i ragazzi di oggi non conoscono il limite. Nell’ignoranza e nell’arroganza, confondono la forza con il diritto, e trasformano la violenza in linguaggio. Non infiliamola sotto il cappello della “rabbia sociale”; qua c’è solo il vuoto. Un vuoto che diventa ferocia, un divertimento crudele che esplode dove dovrebbero esserci festa e comunità.
È facile dire “colpa dei giovani”. In verità, responsabilità è nostra, di chi li cresce, li osserva, li giustifica. Abbiamo smesso di educare al rispetto, in molti contesti abbandonati ai bordi della società o nelle periferie, di insegnare il confine tra libertà e abuso. Li abbiamo riempiti di tutto tranne che di senso. E ora ci stupiamo se reagiscono senza coscienza, senza empatia e senza paura.
Un Paese civile non può accettare che un uomo muoia per aver chiesto di rispettare una regola. Non bastano lo sdegno o le fiaccolate. Servono educazione, presenza e coraggio. Sarebbe errato distogliere lo sguardo da questi fatti, lasciando soltanto alla giustizia il legittimo corso. È opportuno fare qualcosa in più. Crediamo serva aprire una riflessione generazionale e sociale, per capire cosa possa spingere dei ragazzi a uccidere immotivatamente un uomo.
Stefano Cena non è morto solo per colpa del branco. È così che Stefano morto anche per il silenzio di una società che ha smesso di riconoscere l’altro come persona. Finché quel silenzio resterà, continueremo a contare le vittime. E a fingere che sia solo cronaca.







