Ci sono momenti in cui la politica dovrebbe chinare il capo davanti alla responsabilità, e invece sceglie la strada della provocazione. Addirittura persegue, incitandole, iniziative giuste nelle idee ma critiche nella pratica. È ciò che accade oggi con la cosiddetta Global Sumud Flotilla, una missione che dichiara intenti umanitari ma che, nei fatti, ha rifiutato ogni tentativo di mediazione internazionale e ieri sera si è avvicinata a Israele, causando un abbordaggio.
Anche Greta Thunberg, presente a bordo di una delle navi, ha dichiarato che “Israele non è esente dal diritto internazionale”. E ha ragione, sosteniamo noi, ma che siano i tribunali e gli Stati a giudicarlo, non un manipolo di civili che rischia di mettere a repentaglio la propria vita e quella diplomatica del proprio Paese di appartenenza.
La diplomazia non è un orpello, è il cuore della civiltà politica. Senza mediazione non esiste pace, senza dialogo non c’è soluzione. La Storia insegna che le navi dirette a forzare un blocco non portano mai risultati di pace, ma solo nuove fratture. In questo scenario, è opportuno segnalare che la presenza di parlamentari italiani a bordo della flottiglia non è solo imprudente: è un atto di strumentalizzazione politica.
Alcuni esponenti del Partito Democratico hanno scelto di imbarcarsi per cavalcare l’onda mediatica, brandendo la tragedia di Gaza come strumento di propaganda. Non ascoltare l’appello del Presidente della Repubblica, che aveva invitato alla prudenza e al senso istituzionale, è un gesto grave, che mina l’idea stessa di rappresentanza. Protagonismo, non coraggio. E forse anche populismo travestito da umanitarismo.
Il dramma di Gaza, con le sue macerie e le sue vittime innocenti, non merita di essere trasformato in un palcoscenico elettorale. Chi davvero crede nella pace lavora nei corridoi silenziosi della diplomazia, non sulle passerelle galleggianti. L’azione politica richiede la capacità di tenere insieme sicurezza e solidarietà, diritto internazionale e diritti umani.
Il rischio, ora, è che l’arrivo della flottiglia provochi incidenti imprevedibili, che un gesto dimostrativo si trasformi in una miccia incontrollabile. Israele non starà a guardare, e la tragedia potrebbe ripetersi davanti agli occhi del mondo. E allora di chi sarà la responsabilità?
La vera civiltà non si misura nella sfida, ma nella misura. Non si dimostra cercando lo scontro, ma costruendo ponti laddove altri erigono muri. Scegliere il contrario significa tradire il ruolo della politica, e lasciare che il mare di Gaza diventi ancora una volta un cimitero della diplomazia.







