Verba manent: la sconfitta con la Norvegia segna un destino del Paese?

Nel calcio, l’Italia è caduta contro la Norvegia, una nazionale ordinata ma non certo imbattibile, gli Azzurri hanno mostrato la stessa fragilità vista troppe volte negli ultimi anni: poca identità e poca fame. E così ci ritroviamo di nuovo sull’orlo del baratro. Per la seconda volta consecutiva rischiamo di non andare ai Mondiali. Ma questa volta sarebbe peggio, perché USA 2026 non è solo una competizione sportiva: è l’edizione più geopolitica, commerciale e strategica della storia del calcio moderno.

Negli Stati Uniti il calcio non è più un passatempo per comunità periferiche: è un investimento. La MLS cresce, i fondi entrano, le multinazionali la trasformano in un prodotto globale. L’America guarda al calcio come ha sempre guardato a tutto ciò che tocca, ovvero con ambizione e strategia. E noi rischiamo di essere assenti proprio quando il calcio cambia pelle. È come mancare l’appuntamento con il futuro mentre si discute del passato.

Eppure, invece di fermarci a riflettere sulle ragioni profonde della crisi (ad esempio la governance federale o i settori giovanili, il declino tecnico o mancanza di programmazione) assistiamo al solito spettacolo triste di chi strumentalizza. Sarà un aspetto marginale, per carità, ma ci ha fatto riflettere. Italo Bocchino ha additato la “colpa culturale” della sinistra nella debacle della Nazionale. Come se il pallone si muovesse a seconda delle maggioranze in Parlamento.

È l’ennesimo riflesso condizionato di un Paese che trasforma ogni tema in propaganda, che utilizza qualsiasi crepa per allargare la frattura del consenso. Il

L’assenza dell’Italia dal Mondiale americano non sarebbe solo una ferita sportiva, ma un fallimento culturale ed economico. Significherebbe rinunciare a una vetrina globale, a un racconto nazionale, a un pezzo della nostra identità collettiva. Significherebbe accettare che altri decidano la direzione del calcio mondiale mentre noi restiamo sul bordo, a commentare.

La verità è amara: non ci manca un nemico politico, ci manca un progetto. E finché il dibattito rimarrà ostaggio del rumore di fondo, continueremo a inseguire fantasmi, a litigare nei talk show e a cullarci nella nostalgia di ciò che eravamo.

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