C’è una scena che racconta più dell’intero sistema sportivo italiano di tanti convegni pieni di slide e buone intenzioni. Da una parte Thomas Ceccon, campione olimpico e nuotatore pluri-medagliato; dall’altra le signore dell’acquagym.
Dichiarazioni reputate scandalose: Ceccon non riesce da allenarsi con concentrazione al centro Federale di Verona, perché accanto ha gruppi di signore che ondeggiano a tempo di musica. L’idolo delle donne, che si lamenta di un gruppo di donne. Strano, no? Eppure dietro alla critica di Ceccon sta un mondo, quello delle strutture sportive italiane, che è vecchio e tarato su mentalità superate.
Chiediamoci dunque perché molti nostri atleti trascorrono periodi, se non addirittura tutto il tempo, all’estero per allenarsi. Sara Curtis, talento italiano del nuoto, è andata in America. Molti atleti del triathlon vivono stabilmente tra Spagna, Germania e Portogallo, oppure finanche nel nord Europa – paradossale, vero? L’Italia gode del miglior clima del continente per chi fa sport outdoor.
Ora, sia chiaro: nessuno ha nulla contro le signore dell’acquagym. Anzi, viva chi si mette in movimento in qualunque modo, fa sport, attività fisica; previene e investe sulla propria salute.
Il problema è che, in un Paese che produce da sempre campioni del mondo e olimpici nel nuoto, capita che il campione debba allenarsi nello stesso spazio in cui qualcuno, giustamente, fa ginnastica con i manubri galleggianti. È una questione di corsie, in tutti i sensi. Nel nuoto le corsie servono per separare le onde e gli atleti. Nella vita pubblica servirebbero per separare le priorità. In Italia invece succede spesso che le onde si mischino e le priorità pure.







