Verba manent: quella banale giustizia fai da te

A Rocca di Papa, cuore quieto dei Castelli Romani, è andata in scena una tragedia che sembra uscita da un film western, ma con tutta la disperazione cruda della realtà. Un padre ha ucciso l’assassino di suo figlio. Lo ha aspettato, lo ha guardato in faccia, ha premuto il grilletto. Non c’è stata fuga, neppure il tentativo di nascondersi. Guglielmo Palozzi ha ucciso Franco Lollobrigida, reo di aver massacrato il figlio Giuliano per venticinque euro, ovvero prezzo di una pizza in due. Lo ha fatto in piazza, davanti a tutti, come a dire: “Se la giustizia non arriva, ci penso io”.

Ma davvero la risposta è questa? Un colpo secco che chiude il dolore? Il gesto è umano, troppo umano: la rabbia di un padre che per sei mesi ha visto spegnersi suo figlio, senza che nulla sembrasse abbastanza. La giustizia, quella dei codici, quella delle aule, ha fatto il suo corso, ma non ha riparato il torto, non ha curato la ferita. E allora il padre si è fatto giudice, giuria ed esecutore. Perché sì, quando lo Stato si ritrae, quando l’ordinamento perde credibilità, la tentazione della vendetta si traveste da giustizia. Ma rimane cruda, infruttifera vendetta.

Qui è il punto: un Paese civile non si fonda sull’occhio per occhio. Perché altrimenti, lo diceva anche Gandhi, il mondo diventa cieco. La vendetta non è giustizia. È rabbia, disperazione, fallimento. È la prova che lo Stato non ha saputo dare risposta, che ha lasciato troppo spazio tra la colpa e la pena, tra il dolore e la riparazione. Se un padre sente di dover uccidere per sentire che “qualcuno ha pagato”, il problema non è solo lui. È un sistema che arranca, che non riesce a garantire né sicurezza, né punizione, neppure risarcimento morale. Un sistema che spesso processa in ritardo, sconta in differita, dimentica le vittime e perdona troppo in fretta i carnefici.

Giustizia non è vendetta. Ma non può nemmeno essere inerzia. Non può essere il silenzio gelido di uno Stato che osserva, registra, verbalizza, tuttavia non incide. Non può essere un’assenza di significato, un rituale svuotato di conseguenze. E allora sì, la vera responsabilità è condivisa; tra i colpevoli, ovviamente, ma anche tra chi non ha saputo impedire che si arrivasse fin lì.

Guglielmo Palozzi non è un eroe, ovviamente, ma auspichiamo di non essere troppi inflessibili se asseriamo che non è neppure un mostro. È il prodotto estremo di una frattura tra cittadino e Stato. E finché quella frattura resterà aperta, ci sarà sempre qualcuno pronto a colmarla con una pistola in mano.

1 commento

  1. Mi vengono in mente le parole di Ugo Foscolo: “Dal dì che nozze, tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose” … Ma se i tribunali funzionano male e con lentezza anche la pietas rischia di andarsene.

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