Verba manent: quella Torre ci riguarda

Il 3 novembre, lunedì, è crollata due volte la Torre dei Conti, a Roma. Nell’incidente, è morto un operaio; l’ennesima tacca inferta nella carne viva del lavoro in Italia.

Occorre riflettere sul tema, che negli ultimi anni sta ricevendo grande attenzione e sensibilità istituzionale, ma continuano ad accadere tragedie. Ogni giorno in questo Paese tre persone escono di casa per lavorare e non tornano. Secondo i dati INAIL più recenti, oltre 1.000 morti sul lavoro ogni anno, e parliamo solo di quelle riconosciute. Settori come edilizia, logistica o agricoltura: dove si costruisce l’impianto del Paese, grazie al lavoro di donne e uomini che mettono a disposizione le proprie capacità a servizio di settori dove il rischio è spesso troppo alto e troppo minimizzato. La sicurezza è spesso contorno.

Qualcuno lo chiama destino o fatalità. Tuttavia, al di là del caso della Torre, che è sotto indagine, il destino ha spesso lo stesso nome: appalto al ribasso, controlli scarsi, responsabilità che si dissolvono tra subappalti e burocrazia. In Italia la sicurezza è ancora percepita come un costo, non come un dovere. Ci indigniamo per un giorno, poi voltiamo pagina. Fino al prossimo cantiere che cede, al prossimo ponte.

E invece il titolo di questa rubrica ci ricorda che le parole devono restare. E fare leva sull’opinione pubblica affinché qualche coscienza attiva possa muoversi. Ed è nostro compito, ovvero di chi racconta, di chi analizza, di chi studia le società, continuare a insistere. Perché la sicurezza non è un accessorio, ma si inserisce in temi come l’ambiente, l’educazione o certezza della pena verso chi venga ritenuto colpevole per responsabilità oggettiva o diretta.

Ogni torre che crolla, per metafora, è un pezzo d’Italia che cade insieme a chi ci lavorava. Non fermiamoci a guardare le macerie, ma guardiamo al sistema che le ha provocate. E ricordiamo che finché il lavoro uccide, non siamo un Paese civile.

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