Verba manent: quella “vita inutile” secondo Giannini

C’è qualcosa di più grave della frase pronunciata da Massimo Giannini a DiMartedì. Più grave perfino di quell’immagine terribile, una persona “immobile su una sedia a rotelle” la cui vita sarebbe “inutile”, usata per attaccare il governo.  

Il problema vero è che a pronunciarla non è stato un provocatore da social network o un estremista da tastiera. L’ha detta uno dei volti più riconoscibili dell’intellighenzia italiana. Un uomo di cultura, di giornali, di salotti televisivi. Uno che appartiene a quell’élite che da anni pretende di impartire lezioni di sensibilità e inclusione. 

Ci chiediamo dunque: com’è possibile che proprio chi vive immerso nella retorica dei diritti finisca per inciampare nella più antica delle discriminazioni?  

Attenzione: probabilmente Giannini non voleva offendere i disabili. Le sue scuse successive, seppur pronunciate a labbra semichiuse, vanno lette anche in questa direzione.  

Ma il punto è un altro: certe parole escono soltanto quando un’idea è già sedimentata nel subconscio culturale.

L’associazione automatica è stata brutale, ovvero immobilità uguale inutilità. Una persona che non produce diventa il simbolo del fallimento. È questa la fotografia più inquietante della vicenda.

Da anni viviamo in una società che misura la dignità sulla funzionalità. Vali se sei efficiente. Se sei autonomo. Appena rallenti, diventi un peso economico; la senilità è vittima sociale di questa tendenza. 

Ciò che ci impressiona è che questo schema emerga proprio da ambienti che fanno della superiorità morale la propria carta d’identità pubblica.

Per mesi ci hanno spiegato quali parole usare, quali termini evitare, quali espressioni fossero violente e offensive. Hanno costruito un lessico rigidissimo per giudicare gli altri. Poi basta una discussione televisiva e salta fuori che, nel momento spontaneo, il disabile diventa ancora il paradigma della vita incompleta. È il cortocircuito dell’Italia contemporanea: ipersensibile nella forma, distratta nella sostanza.

Si possono correggere tutti i vocaboli del dizionario, ma se continui a pensare che una vita in carrozzina sia “meno vita”, il problema resta intatto. Pensiero diffuso, però, a giudicare dagli applausi in studio.  Per qualche secondo nessuno ha percepito l’abisso, né ha sentito il bisogno di prendere distanza.

Occorrerebbe riflettere su quanto sia radicata una cultura che considera degna soltanto la vita performante. Ed è paradossale che a ricordarcelo sia stata proprio l’élite che da anni pretende di educare il Paese.

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