Verba manent: se anche Nicola Gratteri cede alle fake news sulla giustizia

Un uomo simbolo della lotta alla criminalità, voce autorevole delle istituzioni, ha rilanciato una frase mai pronunciata da Giovanni Falcone per attaccare la riforma della giustizia. È quanto accaduto a Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, che durante una puntata di “DiMartedì” ha citato un’intervista al giudice Giovanni Falcone che in verità non esiste. Ciò per sostenere che, come lui, Falcone fosse contrario a una separazione delle carriere – alla quale, invece, il giudice era favorevole. Gratteri ha affermato che fosse un’intervista del 1992, della quale tuttavia non v’è traccia; è una dichiarazione falsa che gli è stata attribuita e che circola sui social ogniqualvolta si voglia attaccare la riforma che il governo ha approvato, e per la quale è stato indetto un referendum confermativo. Una fake news, usata come arma contro il governo per la nuova attesa riforma. Alla quale peraltro Falcone, come detto, guardava di buon occhio, tant’è che nel 1991 disse: “Chi come me richiede che [i giudici e i pm] siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato”. Quanto accaduto a Gratteri è l’immagine di un Paese dove persino chi dovrebbe difendere il rigore si lascia trascinare dal sentire comune, piegandosi alla tentazione della propaganda.

Non è solo un errore, bensì un segno dei tempi. La disinformazione è diventata linguaggio politico, e la credibilità istituzionale un bene negoziabile. Ma se la verità si piega alla convenienza, anche la giustizia vacilla. Perché la giustizia non vive di slogan, ma di metodo, di equilibrio e fiducia: tutto necessario alla pacifica convivenza democratica. Invero, questa fiducia oggi è fragile.

La riforma in discussione (la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri) non è un attacco alla magistratura, ma un tentativo di restituirle trasparenza. Separare significa chiarire: chi accusa non può coincidere, per percorso e cultura, con chi giudica. Solo così si può ridare ai cittadini la percezione di un processo equo, di una terzietà reale. Eppure il dibattito si è trasformato in una crociata. Al posto degli argomenti, citazioni inventate; al posto delle analisi, emozioni di parte. È più facile evocare Falcone, così come loro celebri giudici che hanno fatto della lotta alla mafia una ragione di vita, che studiarne il pensiero, più semplice gridare al pericolo che affrontare il cambiamento.

Un Paese serio non può permettere che la giustizia diventi terreno di manipolazione. Se persino gli uomini di Stato si abbandonano al falso pur di colpire l’avversario, allora la riforma serve più che mai. Perché non basta cambiare le regole: serve recuperare la cultura della verità. E finché la verità sarà piegata all’urlo del giorno, la giustizia resterà un’idea nobile, ma incompiuta.

2 Commenti

  1. Gentilissimo Ercoli,

    Verba manent, ma grazie a Dio su internet si può sempre mettere una pezza. Questo è ciò che sarebbe opportuno fare al più presto, insieme a un sonoro mea culpa, riguardando il primo paragrafo del suo articolo che qui cito:

    “Un uomo simbolo della lotta alla criminalità, voce autorevole delle istituzioni, ha rilanciato una frase mai pronunciata da Paolo Borsellino per attaccare la riforma della giustizia”.

    La frase è di Falcone, come poi ribadito nell’articolo. Al contrario, di Borsellino si è occupato il Fatto Quotidiano mostrando che egli era davvero contrario, tramite un’intervista questa volta documentata.

    Le auguro buone cose e spero che lei abbia compreso che chi di penna ferisce…

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