Verba manent: Vannacci, specchio di un’Italia inquieta

Piaccia o non piaccia, il successo politico di Roberto Vannacci non può essere liquidato come un incidente della storia o come il prodotto di una semplice provocazione mediatica. Chi continua a spiegare il suo consenso con l’ignoranza degli elettori, oltre ad alimentarlo sempre più, rischia anche di non capire una delle dinamiche più profonde della politica contemporanea: le persone premiano chi dà voce alle loro percezioni. Soprattutto se scomode a una parte di opinione pubblica conformata.

Per anni una parte cospicua dell’opinione pubblica ha avuto la sensazione che alcune questioni non potessero essere affrontate apertamente, come immigrazione, identità nazionale, sicurezza, politiche di genere. Tali temi sono spesso stati accompagnati dall’idea che esistesse un confine tra ciò che era legittimo dire e ciò che non lo era. Qui si è inserito Vannacci, presentandosi semplicemente come colui che rompe il filtro della correttezza politica; e così, ha fatto passare un messaggio importante: “può non avere ragione su tutto, ma ha il coraggio di dire ciò che altri non dicono”. 

Nell’epoca della comunicazione permanente, la percezione di autenticità vale più della competenza tecnica, dell’esperienza politica o della ragionevolezza delle opinioni sui temi. Gli elettori tendono a perdonare errori e semplificazioni se ritengono che chi parla sia sincero, più rispetto a chi appare distante dalla realtà. Naturalmente, poi, il consenso non nasce solo dalla comunicazione. Il progressivo allontanamento tra cittadini e istituzioni, la sfiducia verso le élite e altri fattori simili sono stati terreno fertile per figure che si presentano come interpreti diretti del malessere popolare. Il fenomeno Vannacci, perciò, non parla solo del “generale in politica”, piuttosto dell’Italia contemporanea. 

Il suo cursus honorum militare non fa altro che rafforzare il sistema di identità che Vannacci ha costruito intorno a sé; c’è una gran parte di elettori che è stanca dei politici di professione, dei soliti volti da porte girevoli, che escono dalla società civile per entrare in politica e ricominciano a girare in quella partecipata o in quell’ente pubblico. 

Ecco che il caso del generale merita attenzione perché, come detto, non è solo esso stesso, ma specchio di un Paese che si stanca facilmente dei rappresentanti che elegge (e questo è un avvertimento anche per Vannacci). 

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