“L’Italia è una Repupplica fondata sul lavoro”, ad eccezione di coloro che lavorano dietro le quinte del Festival. Uno scivolone senza sapone a terra: gratuito, grave e indigesto. In quello che probabilmente è stato il momento più significativo di una serata molto sottotono – l’aver invitato Gianna Pratesi è stato un gesto carico di significato – quell’errore ha scolorito tutto.
La redazione, con gli autori, la squadra grafica e perfino il fact checking: tutti beffati da una superficialità che lascia sbigottiti. In primis perché i costi di produzione di tutta la macchina sanremese ammontano a una ventina di milioni di euro, per intenderci il costo medio di una produzione Netflix europea di fascia alta. E non facciamo attenzione a chi mettiamo in squadra? Suvvia. E poi perché, malgrado il dato più basso rispetto allo scorso anno, la prima serata ha comunque coinvolto più di 9.5 milioni di telespettatori. E non è solo il festival della canzone italiana, ma un sistema socio-culturale che abbraccia attualità internazionale e storia del nostro Paese; ricordare l’inizio della nostra storia repubblicana, sbagliando, non è un successo da eurovisione.
Infine, diciamola tutta: sono riusciti perfino a servire un assist per far gol a porta vuota a Emanuele Filiberto di Savoia, che dai suoi canali social ha colto la palla al balzo per colpire la Repubblica. “Un’immagine che parla da sola. Una Repubblica nata tra troppe ombre e troppe domande, raccontata per decenni come una certezza assoluta. Una Repubblica con le gambe in aria, che ancora oggi fatica a stare in piedi”; si potrebbe rispondere al mancato Re che quell’immagine è frutto di un errore, per quanto grave, mentre le ombre della monarchia sono ben più diramate di un autore disattento.
Quando maneggi la storia repubblicana davanti a milioni di persone non stai compilando una slide, ma stai esercitando una responsabilità pubblica. Sanremo è pedagogia civile in prima serata. E se con venti milioni di budget e nove milioni e mezzo di spettatori non riusciamo a pretendere rigore su ciò che siamo stati e su ciò che siamo, allora il problema non è una “p” di troppo: è l’idea, troppo leggera, che tutto sia intercambiabile.







