Verba manent: verso Israele la condanna non basta più

Improvvisamente le parole smettono di essere sufficienti, soprattutto in politica. E non perché siano sbagliate, ma perché risultano irrimediabilmente tardive rispetto alla realtà che pretendono di descrivere. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni su quanto accaduto nel sud del Libano rientrano esattamente in questa categoria: formalmente impeccabili, ma politicamente sterili.

Un convoglio italiano della missione UNIFIL viene colpito da “colpi di avvertimento” da parte dell’esercito israeliano. La reazione del governo italiano si muove lungo il perimetro noto: condanna ferma, richiamo al mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, citazione della risoluzione Risoluzione 1701.

Indubbiamente è tutto corretto; ma il punto è che questo linguaggio appartiene a una fase che non esiste più.

Quando uno Stato colpisce, anche solo “per avvertimento”, forze internazionali impegnate in una missione di pace, non sta semplicemente violando una risoluzione. Vuole piuttosto mettere in discussione l’intero sistema di garanzie su cui si regge la presenza italiana all’estero.

Per l’Italia, continuare a limitarsi alla condanna significa accettare, implicitamente, che non esista un livello successivo di risposta. Significa ammettere che quel Paese, cioè noi, pur coinvolto direttamente, non intende ridefinire il proprio rapporto con chi ha reso possibile quell’episodio.

Si dirà: rompere i rapporti è una scelta estrema. Ma è proprio questa la questione. Cosa deve accadere perché una relazione venga considerata politicamente insostenibile? Il danneggiamento diretto di interessi italiani non basta? Il rischio concreto per i nostri militari non è una linea rossa? Il comportamento di Netanyahu da quasi 3 anni non basta?

Il paradosso è evidente. L’Italia rivendica il ruolo delle Nazioni Unite, richiama il diritto internazionale, difende la legittimità della propria presenza in Libano, eppure continua a muoversi come se questi principi fossero negoziabili quando entrano in collisione con equilibri geopolitici consolidati.

Se riconoscere che esiste una soglia oltre la quale la coerenza impone conseguenze è un dovere, noi non lo stiamo osservando. Perché se colpire un convoglio italiano sotto bandiera ONU non cambia nulla nei rapporti tra Roma e Tel Aviv, allora la domanda non riguarda più Israele. Riguarda l’Italia.

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