Wicked: For Good di Jon M. Chu. L’arte di perdere l’equilibrio

Ancora trascinante, ancora sovversivo ma senza l’effetto novità della prima parte. Ultima parte di un musical generazionale da godere in sala

 “Il cinema non è la realtà. È qualcosa tra la realtà e noi.”, ci diceva Godard, ecco. Jon M. Chu, ancora alla regia, prende un musical generazionale per usarlo come filtro per leggere un mondo che non sa più distinguere tra propaganda e sentimento. Il risultato è un film magnifico a tratti, confuso in altri, quasi sempre in bilico. Ma è proprio quello squilibrio a renderlo interessante.

Elphaba vaga ai margini di Emerald City resiste al ruolo che le scrivono addosso. La Strega Malvaggia dell’ovest sa di essere una distorsione del potere, un’immagine che il regime finge di combattere ma di cui ha disperato bisogno. Glinda, la Buona Strega del Nord, è un puro dispositivo istituzionale. Una star costruita, proprio come Ariana Grande perfettamente funzionale ad interpretarla, alla messa in scena del Regime. L’altra metà del conflitto funzione e identità. Le due sono migliori amiche, ma la propaganda dittatoriale di Oz ha bisogno che siano nemiche.

Come nel primo capitolo, il film appartiene a Cynthia Erivo. La sua Elphaba è una presenza magnetica e vulnerabile, una militante che paga ogni scelta con il marchio della “strega terrorista”. Vola letteralmente e metaforicamente, con quella grazia combattiva che ricorda un verso di Alda Merini. Il rimbalzo, l’oscillazione è tra due grammatiche: il musical classico, con il suo ordine simmetrico, e un sottotesto politico che è disordinato per definizione. Minnelli e Terry Gilliam.  Uno squilibrio che è la natura stessa del film. Animali parlanti che scavano un buco su una strada d’oro, mutazioni fisiche da body horror, libri di magie usciti da un film di Sam Raimi. È un’opera che si agita, che non trova mai una forma definitiva, perché sta parlando di un mondo —il nostro— che vive esattamente così: senza equilibrio.

Wicked: For Good è un corpo (politico) che se si muove troppo sicuro, inciampa; se ondeggia o barcolla, se sembra perde presa sulla “forma”, dice la verità. I numeri musicali più riusciti sono quelli che sembrano interrompere il film, non illustrarlo con una valenza didascalica. Brevi sabotaggi del linguaggio: un’inquadratura che si scompone, un gesto che taglia la coreografia, un volo che non è liberazione ma intrusione nel quadro. Momentaneamente Wicked diventa puro cinema: movimento, luce, collisioni. Poi il film torna a irrigidirsi, a compiacere, a voler essere “grande cinema popolare”. È in quei momenti che perde mordente. Ma quando cade, cade con grazia; quando si spezza, respira.

Non è un film indimenticabile. Troppo controllato per essere radicale, troppo inquieto per essere classico. Ma è proprio questo stato intermedio. Asimmetrie, dislivelli strutturali che lo rendono più di un prodotto. Chi fabbrica il mito e chi lo subisce? Wicked: Parte II non risponde ci lascia vedere dove il mito si incrina. E basta questo, a volte.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here