Francesco Clerico: “Non è il contenuto a mancare, ma un linguaggio adatto ai feed”. Dalla sperimentazione degli SmartNews un nuovo modello per engagement e sostenibilità del giornalismo digitale
Nel panorama dell’informazione digitale, sempre più influenzato dai social media e dalle nuove abitudini di consumo delle notizie, emergono realtà che cercano di ripensare il giornalismo partendo proprio dai suoi formati. È il caso di Wipov, startup marchigiana fondata da Francesco Clerico, che si propone di rivoluzionare il modo in cui le notizie vengono raccontate nei feed.
Alla base del progetto c’è un’intuizione semplice ma potente: il problema non è tanto cosa raccontare, ma come farlo in un contesto — quello dei social — che richiede velocità, chiarezza e coinvolgimento. Da questa visione nasce il formato “SmartNews”, una nuova modalità narrativa che combina video brevi, struttura modulare e interattività, pensata per mantenere l’attenzione senza rinunciare alla profondità.
Con Wipov, oggi in fase beta e già testata da alcune realtà editoriali italiane, l’obiettivo è rendere questo formato accessibile e scalabile, permettendo alle redazioni di produrre contenuti innovativi in pochi minuti.
Grazie Francesco per il tempo che vorrai dedicarci. L’idea di Wipov nasce da una riflessione sul “come” si raccontano le notizie. Quando hai capito che il problema del giornalismo sui social non era il contenuto ma il formato?
Guardando come le grandi testate italiane si muovevano sui social, ho notato qualcosa che non tornava. Credibilità giornalistica consolidata, centinaia di migliaia di follower — eppure i video raccoglievano una frazione minima di quello che avrebbero potuto e dovuto generare in termini di visualizzazioni ed engagement.
Il problema era evidente guardando i contenuti: video lenti, costruiti con la logica del telegiornale, che non reggevano il confronto con un ambiente dinamico e veloce come quello dei social. Se un video non è costruito con una logica pensata per la bassa soglia di attenzione e per il tipo di stimoli a cui il cervello è sottoposto sui social, parte già sconfitto — indipendentemente da quanto sia buono il contenuto.
Non era un problema di qualità giornalistica. Era un problema di formato. Da lì la conclusione è stata quasi obbligata: non si tratta di produrre giornalismo migliore. Si tratta di ricrearne il meccanismo di distribuzione in modo compatibile con le abitudini di consumo degli utenti. Il formato non è un dettaglio estetico — è la condizione perché il contenuto venga effettivamente fruito. E se il contenuto non viene fruito, il giornalismo di qualità non serve a nessuno.
Il formato SmartNews sembra coniugare velocità e profondità, due aspetti spesso in contrasto. Qual è stata la sfida più grande nel trovare questo equilibrio?
La sfida più grande è stata di natura culturale, non tecnica. Convincere i giornalisti che un formato strutturato non è una gabbia — è uno strumento. Chi lavora nell’informazione ha una sensibilità forte verso tutto ciò che può sembrare una limitazione alla libertà narrativa. E all’inizio la reazione era quella: ‘mi stai dicendo come raccontare una notizia?’.
Il cambio di prospettiva è arrivato quando hanno visto il formato in azione: la qualità narrativa del risultato, professionale e riconoscibile pur nella brevità di una notizia pensata per i social.
SmartNews — il formato che abbiamo sviluppato con Wipov — è un vero e proprio format giornalistico: ogni video-news ha un’anteprima che aggancia in pochi secondi, un’intro che stabilisce l’identità di chi racconta, blocchi narrativi con funzioni editoriali precise, e un finale che richiama all’azione dove ogni redazione o giornalista — di testata o freelance — usa come meglio crede.
Il Visual Scroll — la transizione animata che collega i blocchi — ricrea quella percezione visiva a cui siamo abituati sui social: informazioni consumate a porzioni brevi, scandite dallo scroll. La differenza è che qui l’utente non compie nessuna azione. Il ritmo è incorporato nel formato stesso, così l’attenzione resta sul contenuto e l’abitudine di consumo viene preservata.
La vera sfida è stata convincere i giornalisti che strutturare il racconto non significa impoverirlo. Significa renderlo accessibile senza tradirlo.
Avete testato il formato attraverso il progetto sperimentale “Il Portavoce”. Che tipo di riscontri avete ottenuto dagli utenti e dalle redazioni durante queste 28 settimane?
I numeri sono stati la prima conferma: 343 SmartNews prodotte, oltre 14 milioni di visualizzazioni totali realizzate con una canale social che partiva da zero follower, e soprattutto una retention media del 70% — contro un benchmark di settore che si attesta intorno al 15%.
Ma il riscontro più significativo non era quantitativo. Era la reazione delle redazioni che vedevano i dati: non stupore da novità tecnologica, ma riconoscimento. Avevano già percepito il problema, ma non avevano ancora uno strumento per affrontarlo.
Il test ci ha dato la certezza che il mercato non va educato da zero. Va servito. Le richieste di accesso alla beta che stiamo ricevendo confermano che il problema che risolviamo è reale e sentito. Ora il nostro focus è onboardare le redazioni e i giornalisti nel modo giusto, diversificando correttamente le varie esigenze editoriali.
Wipov promette di rendere la produzione di contenuti accessibile anche senza competenze tecniche avanzate. Quanto è importante oggi democratizzare gli strumenti del giornalismo digitale?
La parola ‘democratizzare’ mi piace, ma voglio essere preciso su cosa intendiamo.
Non stiamo abbassando il livello professionale della produzione — stiamo rimuovendo le barriere tecniche che oggi separano una redazione dalla capacità di produrre video-news efficaci sui social. Una piccola testata locale, un giornalista freelance, una redazione con organico ridotto: oggi non possono competere sul formato video perché richiederebbe competenze e risorse che non sempre hanno.
Wipov fornisce la tecnologia dell’editor: il giornalista scrive la notizia, seleziona e carica i contenuti video, il resto lo fa la piattaforma. Il formato si costruisce, si struttura e si ottimizza in autonomia — senza competenze tecniche, senza dipendere da nessuno — in pochi minuti.
Questo permette di mantenere la propria voce editoriale senza rinunciare a produrre contenuti che funzionano nei feed. Questo mi sembra il contributo più concreto che possiamo dare al giornalismo indipendente oggi.
Guardando al futuro, che impatto pensi possa avere Wipov sull’informazione e come, in generale, il giornalismo sta cambiando?
Il giornalismo sta attraversando due crisi parallele: una di audience e una economica. Noi siamo partiti dalla prima per trovare soluzioni alla seconda.
Le redazioni perdono lettori perché non riescono a raggiungerli dove si trovano oggi — sui social, in formato video. Ma perdono anche ricavi, perché i modelli pubblicitari tradizionali si sono erosi e quelli digitali hanno favorito le piattaforme, non i produttori di contenuto. I giornalisti freelance, in particolare, si trovano a lavorare in un mercato che paga sempre meno e distribuisce sempre meno.
Wipov nasce anche da questa consapevolezza. Non volevamo solo risolvere il problema del mancato aggancio di una grande fetta di potenziali lettori, soprattutto di fascia giovane, quella che oggi consuma informazione quasi esclusivamente sui social. Volevamo che lo strumento generasse anche valore economico reale per chi lo usa. Per questo abbiamo integrato nella piattaforma quattro canali di monetizzazione, direttamente nel formato e monetizzabili dal contenuto SmartNews stesso. Una testata o un giornalista freelance non trovano solo uno strumento di produzione — trovano anche nuove fonti di ricavo.
Le nuove generazioni non hanno smesso di informarsi — hanno cambiato il modo in cui lo fanno. Consumano notizie sui social, in formato video, in movimento, con un’attenzione frammentata che non è pigrizia: è un’abitudine consolidata, costruita da anni di esposizione a certi formati e certi ritmi.
Wipov non chiede al giornalismo di cambiare. Gli chiede di capire dove si trovano i lettori di oggi e di domani — e di andarli a trovare con gli strumenti giusti. Strumenti che siano alla portata di una grande testata come di un giornalista indipendente. Il contenuto rimane quello. Cambia il modo in cui entra nella vita delle persone — e in cui genera valore per chi lo produce.








Grazie per lo spazio e per la cura con cui è stato restituito il senso del progetto.
Una riflessione che mi piace aggiungere: il tema del formato non riguarda solo i video sui social. Riguarda un cambiamento più profondo nel modo in cui il cervello umano elabora l’informazione oggi — e che il giornalismo, come ogni forma di comunicazione, non può ignorare.
La vera domanda non è ‘come adattiamo i nostri contenuti ai social’, ma ‘come costruiamo un linguaggio che funzioni dove si trova il pubblico, senza tradire chi quel linguaggio lo usa professionalmente’. È una sfida culturale prima ancora che tecnologica — e la conversazione è appena iniziata. Francesco Clerico (CEO Wipov)