Yasmina Reza a Testo: un dialogo con Chiara Valerio fra infanzia, tempo e scrittura

Una conversazione serrata e travolgente, che ha spaziato dal tema dell’infanzia al rapporto con il tempo, dall’importanza degli scrittori che ci hanno preceduto al delirio per l’accumulazione mediatica della nostra epoca.

Quello fra Yasmina Reza e Chiara Valerio è stato un dialogo eclettico che ha chiamato in causa alcune delle questioni più rilevanti della cultura ma, potremmo dire, dell’essere umano. Eppure un filo rosso ha dato un’elegantissima coerenza ai botta e risposta fra la scrittrice e drammaturga francese e l’intellettuale e autrice italiana: il cinismo e l’ironia della prima, la schiettezza e irriverenza della seconda.

Durante l’ultima giornata dell’edizione 2026 di Testo, la fiera fiorentina dedicata al libro e all’editoria, Yasmina Reza ha raccontato l’ultimo suo libro uscito in Italia per Adelphi il 24 febbraio dal titolo Da nessuna parte.

In quest’opera composita l’autrice crea una struttura frammentaria fatta di forme brevi, spunti, aneddoti e riflessioni. Si lascia andare a un flusso di coscienza autobiografico che però non è mai personale, perché la sua vita parla di temi universali.

È proprio l’infanzia ad aprire questa conversazione: è un’infanzia, quella che ci racconta Reza, determinante per la scrittura poiché è proprio in questa fase della vita che si plasma e si costruisce uno scrittore. Eppure quella di Reza è stata un’infanzia fatta di porte chiuse che ha potuto scardinare solo attraverso l’infanzia dei figli, i quali, in quanto bambini, hanno anche la speciale funzione di essere immagine del tempo.

Sulla questione del tempo prosegue il dialogo. Il tempo è in primo luogo quello della scrittura, che qui assume una relatività tutta sua; ma è anche il tempo spicciolo e materiale di un pomeriggio passato a fare pulizie, di un caffè preso con un amico, di un viaggio su un mezzo di trasporto.

Eppure Reza confessa di avere un pessimo rapporto con il tempo, mostra una paura viscerale e una reverenza atavica per il suo scorrere, soprattutto nella sua brevità sconcertante, sia essa reale o apparente. In fondo, si ha l’impressione di essere vivi solo quando questo tempo lo si riempie e gli spazi vuoti ci appaiono un’imperdonabile perdita di tempo e di attimi di vita.

Se il tempo che ci è stato concesso potrebbe essere di un’angosciante brevità, il tempo che ci ha preceduto pare estendersi per un arco cronologico quasi infinito. È un peso schiacciante quello degli anni che ci precedono, ma ancora più oneroso è il peso di tutto ciò che è stato scritto prima di noi, con cui non si può non fare i conti. A tal proposito Yasmina Reza cita anche un grandissimo e una grandissima della letteratura italiana: Dino Buzzati e Natalia Ginzburg, il primo per aver saputo dipingere il senso dell’attesa umana, la seconda per aver compreso le mutevoli regole dei rapporti umani.

Tuttavia, se da una parte proviamo stima e quasi venerazione per gli scrittori e le scrittrici che ci hanno preceduti, ci troviamo anche a fare i conti con una mania dell’accumulo: parole su parole, libri su libri, un’amalgama indefinita di produzioni senza scopo.

Ecco che subentra la necessità di una morale: scrivere né più né meno di quello che è necessario, senza dare opinioni, senza fini didattici e pretese di autorevolezza, una scrittura scevra da sovrastrutture.

La scrittura come la concepisce Reza si oppone al disordine, non vuole insegnare ma vuole mostrare, non ha a che fare con le parole ma con le azioni; in breve, è una scrittura che vuole opporsi all’inesorabile entropia dell’universo.

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