Historia magistra vitae: Zenobia, regina d’Oriente

« Goti, Borani, Urgundi e Carpi depredavano le città dell’Europa […] intanto i Persiani attaccavano l’Asia, occupando la Mesopotamia ed avanzando fino in Siria, addirittura ad Antiochia, che conquistarono, metropoli di tutto l’Oriente romano. E dopo aver ucciso una parte della popolazione e portato via come prigionieri gli altri, tornarono in patria. […] I Persiani senza dubbio avrebbero conquistato tutta l’Asia con facilità se, felici per la ricca preda conquistata, non avessero ritenuto di portarlo in patria salvo con soddisfazione. » (Zosimo, Storia nuova, I.27.2)

« La provincia di Dacia, che Traiano aveva formato oltre il Danubio, è stata abbandonata, dopo che l’Illirico e la Mesia sono state spopolate, perché era impossibile mantenerla. I romani, spostati dalle città e terre di Dacia, si sono sistemati dall’interno della Mesia, che adesso chiamano Dacia, sulla sponda destra del Danubio fino al mare, rispetto a cui la Dacia si trovava prima sulla sinistra. » (Eutropio, Breviarium, libro IX)

Roma, metà del III sec., gli imperatori si trovano a fronteggiare le pressioni dei popoli oltre il limes. I confini settentrionali dell’impero erano minacciati dai Goti, mentre in Oriente la vittoria dei Persiani contro Valeriano aveva riportato in auge un sentimento indipendentista.

Lo strenuo tentativo da parte di Licinio Gallenio di mantenere l’impero unito, porta l’imperatore a chiedere il sostegno militare a Odeato, re di Palmira, nominandolo dux romanorum, affinché respingesse l’avanzata dei Persiani.

La scelta di Palmira non è casuale, giovarono la sua posizione strategica e la sua deduzione volontaria. La città, infatti, si sottomise volontariamente ai romani al tempo di Tiberio, ottenendo in tal modo, una blanda pressione fiscale che le permise di fiorire come centro urbano e mercantile.

Il re palmireno, in poco tempo conquistò i forti di Carre e Nisibi, arrivando a cingere d’assedio la capitale persiana grazie ai suoi formidabili arcieri e catafratti. Dopo queste vittorie Gallieno insignì Odenato del titolo di corrector totius orientis, onorificenza solo nominale. Intanto i Goti irrompevano in Cappadocia nel 267 d.C., facendo accorrere il dux romanorum per fronteggiare questo nuovo pericolo.

Odenato, sebbene fosse un discreto generale, non fu in grado di comprendere la tela insidiosa che i suoi gli stavano tramando. Egli, infatti, fu ucciso dal nipote Meonio, insieme al figlio Settimio Erode, nella città di Emesa. Il giovane Meonio fu probabilmente sobillato dai Persiani, o dai Romani, o dalla stessa Zenobia.

Ognuno di loro avrebbe avuto la giusta motivazione per farlo: i Persiani vedevano minacciata la loro supremazia nell’area, i Romani avevano ben chiaro che Odenato avrebbe potuto alimentare il sentimento indipendentista dell’Oriente e Zenobia aspirava sicuramente al regno.

Effettivamente, la sovrana fece prontamente imprigionare e giustiziare Meonio con il pretesto di voler vendicare l’uccisione del marito, ponendo il figlio minorenne Vallabato sul trono e diventando reggente dal 267 d.C. al 272 d.C. su un territorio che comprendeva la Cilicia, la Mesopotamia, l’Arabia ed una porzione della Siria.

Zenobia, bassorilievo, III d.C., Museo di Damasco

La figura di Zenobia, sebbene da un punto di vista romanzesco non sia così attraente come quella di Cleopatra, è descritta dalle fonti (principalmente l’ Historia Augusta e la Vita Zenobiae di Trebellio Pollione) come una donna dal carattere forte ed autoritario. La descrivono con la sua carnagione scura, i denti bianchi perlati e luminosi occhi neri che dell’armata romana, con vesti e atteggiamenti propri di un imperator: si presenta con l’elmo

alle assemblee di soldati, arringa le truppe, marcia con l’esercito anche per 3-4 miglia, va a caccia e beve con i suoi generali, specialmente col suo generale favorito, il capace Zabdas.

Si diceva che fosse ancora più bella di Cleopatra, ma che differisse da questa per la sua reputazione di estrema castità. È peraltro anche una donna colta: parla perfettamente l’egiziano e ciò, insieme alla presunta discendenza dalla regina egizia, ha indotto a ipotizzare l’appartenenza di Zenobia a una ricca e importante famiglia palmirena residente in Egitto; ha come fidato consiglierei il filosofo Longino; è esperta di storia dell’Oriente e di Alessandria, tanto da averne scritto un compendio; conosce la storia romana per averla letta in greco e non in latino, lingua che non padroneggia completamente. E solo tale imperfetta conoscenza della lingua latina sembra imbarazzarla ed è impacciata e come paralizzata quando la parla.

Sebbene ciò che è stato tramandato ai posteri è l’assoluta eleganza e raffinatezza di Zenobia, sono ragguardevoli le sue capacità di governatrice. Infatti, dapprima rafforzò il suo potere ed il controllo su alcune province orientali comprendendo come queste fossero punti caldi per la gestione dell’Impero Romano.

Successivamente, approfittando della morte prematura di Claudio il Gotico a causa della peste mentre era impegnato a respingere i Goti che premevano sul limes, conquistò Antiochia e l’ Egitto.

Sicuramente Zenobia sottovalutò il successore di Claudio il Gotico, Aureliano, chiamato manu ad ferrum, non brillando per qualità diplomatiche.

L’imperatore pannone dapprima riportò ordine sulle frontiere danubiane, poi si occupò della ribelle Palmira.

Nel 272 d.C. raccolse un poderoso esercito nell’attraversamento dei Balcani. La Bitinia e l’Egitto, da poco conquistate dai palmireni, vennero riprese quasi senza combattere. Zenobia, infatti, non ebbe il tempo e le capacità di consolidare i propri territori, rendendole all’effettivo delle conquiste solo nominali. Gli eserciti di Palmira, capeggiati dal generale Zabdas e formati da ciò che rimaneva di due legioni romane, insieme agli arcieri palmireni e alla cavalleria pesante, si diressero quindi incontro all’imperatore, che venne raggiunto sulle sponde dell’Oronte dove ci fu la battaglia di Immae.

« Vedendo che i cavalieri di Palmira avevano fiducia nelle loro pesanti e sicure armature e che erano superiori ai cavalieri romani per esperienza, separò la fanteria al di là del fiume Oronte e diede ai cavalieri romani il segnale di non attaccare direttamente la cavalleria pesante dei Palmireni (clibanarii), ma di attendere il loro assalto e simulare una ritirata. Raccomandò che insistessero in questa tattica fino a quando, soldati e cavalli, a causa della calura e appesantiti dalle loro armi, desistessero dall’inseguimento.» (Zosimo, Storia nuova, 50.3-4)

Sembra quasi poter avvertire il sole del deserto che batteva senza sosta sulle truppe stanche. Aureliano, fine stratega, osserva i cavalli schiumare che imbizzarriti disarcionano i propri cavalieri a causa dell’eccessivo peso.

Dopo un tempo che sembrò interminabile i soldati di Zabdas, stremati, batterono la ritirata. Zabdas e Zenobia ripiegarono su Antiochia, sostenendo di aver catturato Aureliano. In realtà, stanziarono un piccolo continente nel sobborgo di Dafne, per prendere tempo e di notte muovere verso Emesa per poter radunare un secondo esercito con il compito di sconfiggere Aureliano.

L’imperatore, ricevuto con grandi onori dalla popolazione di Antiochia, prese Dafne, facendo uccidere tutti i soldati di Zenobia. Presto capitolarono Apamea, Larissa ed Aretusa Aureliano, in seguito, raggiunse velocemente Emesa, dove si ebbe la battaglia decisiva.

Zenobia in catene, Harriet Hosmer, 1859

La sconfitta fu particolarmente dolorosa per la palmirena, poiché ad Emesa Aureliano si impossessò del tesoro della nemica, impedendo alla regina di poter allestire nuove truppe contro Roma. Zenobia riuscì a raggiungere Palmira dove, dopo aver rifiutato la vantaggiosa offerta propostale dall’imperatore, si preparò all’assedio.

Aureliano, infatti, scrisse una missiva alla regina (riportata nella «Historia Augusta») offrendole una resa molto vantaggiosa «….ti prometto che vivrai, Zenobia; tu e la tua famiglia potrete vivere nel palazzo che chiederò al nostro riverito Senato di concederti. In cambio, dovrai consegnare i gioielli, l’argento, l’oro, le vesti di seta, i cavalli ed i cammelli all’erario di Roma. I diritti della popolazione di Palmira saranno rispettati».

Con la città sotto assedio, Zenobia e Vaballato si allontanano dalla città, scappando a dorso di dromedari. Ormai vicini al confine, furono presi ed imprigionati dai Romani, mentre cercavano di attraverso l’Eufrate.

Zenobia, in un disperato tentativo di aver salva la vita, accusò i propri consiglieri, in particolare il filosofo Longino, di averla sobillata contro i Romani.

Aureliano, comprendendone il carisma ed il consenso che la regina palmirena aveva presso le province orientali, le risparmiò la vita, non prima di averla fatta sfilare, umiliata ed in catene, in ogni città che Aureliano raggiunse per tornare in Occidente.

Poco si sa della fine di Zenobia. Le fonti storiche sono discordanti: alcuni sostengono che Aureliano se ne innamorò perdutamente, divenendone l’amante; altri che visse in una

casa vicino alla celebre villa di Adriano sposando un senatore e vivendo da nobildonna. Sebbene la sua fine sia rimasta nell’ombra, l’immagine che ha consegnato di sé alla storia, rimarrà vivida e imperitura per gli anni a venire.

Herbert Gustave Schmalz, 1888

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