Onslaught di A.Wingard: Welcome to Hell, America

Adam Wingard torna al cinema di genere con un assedio carpenteriano tra supersoldati, sintetizzatori, violenza e una inaspettata vena politica

Davanti a un film di genere che sa ancora divertirsi, sono disposto a perdonare parecchie cose. Perché il cinema non deve sempre spiegarmi il mondo: qualche volta può semplicemente chiudere delle persone dentro un fortino, mettere tre mostri fuori dalla porta, accendere un sintetizzatore e aspettare che inizi l’inferno. Guardando Onslaught , il modello è chiarissimo: Distretto 13. Perché Carpenter, ancora oggi, non è soltanto un autore ma un modo di concepire il cinema: un luogo, una minaccia, poche persone costrette a diventare una comunità e una musica che comincia a pulsare.

Un esperimento militare crea tre supersoldati quasi inarrestabili che, una volta sfuggiti al controllo, cominciano a seminare cadaveri nel deserto. La loro corsa li porta fino a un remoto trailer park, dove Celeste, ex cecchina dell’esercito, si ritrova a difendere la figlia Daisy e gli altri abitanti da un assedio sanguinoso. Ma il punto interessante è proprio chi viene assediato. Quel trailer park non è un fortino abitato da eroi, ma una piccola comunità di persone ai margini: veterani, poveri, migranti, gente che vive fuori dal centro e che, agli occhi del potere, sembra non contare abbastanza. Quando il governo decide di utilizzare proprio quel luogo come terreno di prova, gli abitanti smettono di essere cittadini e diventano cavie. La loro vita diventa materiale sperimentale.

La violenza non arriva soltanto dai mostri, ma dall’istituzione che li ha creati e che considera sacrificabili le persone su cui vengono scatenati. L’assedio diventa così qualcosa di più di una macchina da spettacolo: è la rappresentazione brutale di un potere che entra in uno spazio marginale e decide chi può essere sacrificato. Sotto questo aspetto il trailer park diventa un microcosmo americano dimenticato dal centro, mentre l’esperimento militare trasforma in mostruosa una logica molto reale: chi sta ai margini è più facilmente sacrificabile.

Il film è pieno di leggerezze, personaggi appena abbozzati e situazioni in cui la logica viene piegata alle necessità dell’azione. Anche i suoi mostri sono costruiti con pezzi di mostri che abbiamo già visto. Eppure, ha ritmo, cattiveria e voglia di divertirsi.

Adria Arjona funziona molto bene come Celeste, perché tiene insieme il trauma e la fisicità dell’action hero. Dan Stevens sembra divertirsi come un bambino travestito da scienziato pazzo. Michael Biehn e Reginald VelJohnson sono due fantasmi degli anni Ottanta che tornano a combattere nella loro vecchia casa. E Wingard sa quando lasciare spazio al caos. Non inventa un nuovo vocabolario del cinema di genere. Ma forse non ne ha nemmeno l’ambizione. Onslaught vuole essere un film d’assedio, un horror d’azione, una lettera d’amore a un cinema che non aveva bisogno di spiegare tutto. E, per un’ora e mezza, funziona.

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