La voce della verità (?)

«Ora capisco, che le persone di colore, dovrebbero sempre dare voce alle persone di colore».

È recente il post Instagram con cui Alison Brie si dissocia dal suo doppiaggio di Diane Nguyen, uno dei personaggi principali della serie animata Bojack Horseman. Come riportato da numerosi siti web, in queste settimane numerosi doppiatori, sia dei cult «The Simpsons» e «Family Guy», sino a quelli di serie più recenti come «Big Mouth» e lo stesso «Bojack Horseman», si stanno dissociando o licenziando dai propri ruoli poiché le loro voci rappresenterebbero etnie e culture diverse dalla propria, in un tono parodistico e stereotipato. Ecco che solo il 26 giugno avevamo salutato con affetto Mike Henry, il doppiatore di Cleveland Brown, dimesso perché, come scrive lui stesso sul suo profilo ufficiale Twitter, «le persone di colore dovrebbero dare voce alle persone di colore». Questa è solo una delle innumerevoli iniziative nate in questo periodo di grandi cambiamenti, derivati non da una volontà propria delle comunità mondiali ma piuttosto dall’ennesima tragedia che in America, lo scorso 25 maggio 2020, aveva portato alla morte di George Floyd.

Come riporta la Treccani, si ricorda che «ai fini di una fedeltà allo spirito del film è necessario un lavoro analitico sul testo e sulla copia originali che rispetti contesto e specificità culturale dell’ambiente e dell’epoca in cui si svolge l’azione». In Italia, uno degli esempi principali è quello di Alessandro Rossi, doppiatore dei film di Ving Rhames (Out of Sight, 1998), Michael Clarke Duncan (Il Miglio Verde, 1999), Laurence Fishburne (Giardini di pietra, 1987) nonché di altre centinaia di attori. Cos’hanno in comune questi attori? Oltre ad essere alcuni fra i migliori al mondo che hanno recitato in diversi capolavori, sono tutti attori di colore. Nonostante ciò, i doppiaggi di Alessandro sono ritenuti fra i migliori al mondo e contemporaneamente riconosciuti attraverso numerosi premi.

Ciò che dobbiamo dunque saper distinguere è il doppiaggio dalla parodia. Non bisogna dimenticare che proprio l’Italia, terra di grandi doppiatori, ha l’opportunità di avere un ruolo chiave in questa vicenda, dimostrando che si può doppiare pur non appropriandosi di stereotipi che con il mondo storico del doppiaggio non devono avere nulla a che vedere. Piuttosto bisogna tenere a mente che si rischia di «ghettizzare» le culture, rischiando di indirizzare numerosi posti di lavoro (in un ambiente già competitivo di suo) solo a determinate culture piuttosto che alla bravura del doppiatore.

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