Il London Fashion Film Festival è stato prima di tutto un viaggio attraverso modi molto diversi di intendere la moda. Un pomeriggio costruito intorno a una selezione di cortometraggi che, pur partendo tutti dallo stesso universo, riuscivano a raccontarlo attraverso linguaggi, culture ed emozioni completamente differenti.
Ed è probabilmente proprio la diversità la cosa che ho maggiormente apprezzato.
La moda qui non era semplicemente qualcosa da indossare o da osservare, ma diventava un mezzo attraverso cui raccontare il corpo, l’identità, le proprie origini e il rapporto con gli altri. Alcuni corti erano più legati alla fotografia e all’estetica, altri avevano una componente narrativa molto più forte, altri ancora sembravano quasi degli esperimenti visivi. Insieme mostravano quanto sia difficile, e forse anche inutile, provare a dare una sola definizione di fashion film.
C’era una forte diversità culturale, ma anche una diversità di emozioni e di fonti di ispirazione. La moda poteva nascere dall’amore per il proprio corpo, dal desiderio di raccontarlo senza necessariamente trasformarlo o nasconderlo, ma anche dall’incontro con culture diverse dalla propria. Tessuti, colori, movimenti e immagini diventavano così parte di un linguaggio che andava oltre il semplice vestito.
Bello anche veder dare spazio dato all’intelligenza artificiale. In un momento in cui il suo utilizzo nel mondo creativo continua inevitabilmente a creare discussioni, vederla inserita all’interno di un festival dedicato all’immagine e alla moda apriva un’altra possibilità: quella di considerarla anche come un nuovo strumento visivo con cui sperimentare. Non necessariamente qualcosa che sostituisce la creatività, ma qualcosa che può entrare a far parte della conversazione su come immaginiamo e costruiamo nuove immagini.
La sensazione, alla fine, è stata quella di aver trascorso un pomeriggio entrando per qualche ora nella mente della moda. Non quella delle passerelle viste dall’esterno, ma quella che viene prima: l’idea, l’ispirazione, il corpo, la fotografia, il movimento e poi il modo in cui tutto questo viene trasformato in un’immagine.
Ed è proprio qui che cinema e moda hanno iniziato a confondersi.
Forse è stata anche questa la parte più interessante dell’esperienza. Essere lì non significava incontrare soltanto persone interessate alla moda. Ho conosciuto persone appassionate di fotografia, altre che lavorano o vogliono lavorare nella produzione cinematografica, persone interessate alla costruzione dell’immagine e al modo in cui una storia può essere raccontata anche in pochissimi minuti.
Perché alla fine un fashion film rimane cinema. Può durare pochi minuti, può non avere dialoghi e può nascere intorno a un abito, un corpo o un’immagine, ma deve comunque riuscire a trasmettere qualcosa.
Il London Fashion Film Festival mi ha ricordato proprio questo: dietro la moda non c’è soltanto il desiderio di creare qualcosa di bello. Ci sono persone, culture, corpi, idee e storie. E forse il cinema è uno dei modi più interessanti per riuscire a farle incontrare tutte nello stesso spazio.







