L’ultimo flash sulla Roma sparita: addio a Umberto Pizzi, l’antropologo che spogliò il potere

Con la scomparsa di Umberto Pizzi, all’età di 89 anni, l’Italia non perde soltanto un fotografo straordinario: perde uno degli ultimi, grandissimi custodi della sua memoria visiva. Si spegne oggi, 29 settembre 2026, una leggenda dell’obiettivo che ha incarnato la mitologica scuola nata dal genio di Tazio Secchiaroli. Era l’era dei paparazzi, figura inventata da Federico Fellini nel capolavoro “La Dolce Vita” e incarnata sul grande schermo dall’attore Walter Santesso. Pizzi, insieme a Marcello Radogna e Rino Barillari — storici colleghi, amici e un tempo rivali di marciapiede, entrambi felicemente in vita e ancora oggi attivi sul campo —, ha rappresentato l’avanguardia di quel fotogiornalismo puro e d’attesa. 

Ridurre Pizzi a un semplice cacciatore di immagini rubate sarebbe un errore di prospettiva. Figure della sua caratura sono state, a tutti gli effetti, dei veri e propri antropologi visivi. Con la macchina al collo e il flash pronto a squarciare il buio, hanno studiato, sezionato e documentato in tempo reale l’evoluzione e l’involuzione del costume e della società italiana. 

Proprio di recente, all’interno della mia rubrica “Dolce Italia District”, ho avuto il privilegio di intervistare Rino Barillari nella storica cornice dell’Harry’s Bar di via Veneto. In quel dialogo è emersa la spietata verità sul presente: “Oggi sono tutti paparazzi con il telefono”, mi ha confessato Barillari, sottolineando come l’avvento degli smartphone abbia inflazionato lo scatto e fatto crollare il valore originario, l’autorevolezza e la magia della vera fotografia. Pizzi ha vissuto l’epoca in cui l’immagine aveva un peso politico e culturale immenso, quando la pellicola richiedeva un istinto fuori dal comune e un occhio velocissimo a cogliere l’attimo fuggente.

La vita di Umberto Pizzi è stata una parabola incredibile, che affonda le radici in un inizio di carriera sorprendente e lontano dalle notti romane. Nato a Zagarolo nel 1937, mosse i suoi primi passi professionali nel 1963 come fotoreporter per la FAO, lavorando sul campo in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania. Solo dopo quell’esperienza formativa nei teatri internationalen e nella polvere del Medio Oriente, Pizzi tornò nella Capitale, saltò in sella al suo scooter e iniziò a ridefinire il racconto visivo della nazione. 

Da quel momento, il suo obiettivo ha firmato servizi per le più prestigiose testate nazionali e internazionali, vedendo le proprie immagini pubblicate su colossi editoriali come “Time”, “People Magazine” e “Sunday Express Magazine”. Il suo stile era unico: muovendosi con la stessa disinvoltura dal cinema alla politica, sapeva fondere la spietatezza dello scatto rubato con la compostezza geometrica del ritratto d’autore. 

Il suo rullino ha rappresentato fedelmente il jet set di ogni fascia, livello e ceto, senza fare sconti a nessuno. Davanti a lui è sfilato l’intero firmamento dei divi internazionali e della nobiltà più esclusiva. Il suo obiettivo ha attraversato indenne le stagioni più calde e cruciali della nostra storia: dall’aristocratica eleganza della Roma dei grandi attori ai corridoi fumosi e carichi di segreti della Prima Repubblica, fino allo sfarzo mediatico del Berlusconismo e all’avvento della Seconda Repubblica.

Nelle sue pellicole sono rimasti impressi il fascino notturno di Alain Delon al Jackie O’, la complicità di Marcello Mastroianni, le passeggiate romane di Woody Allen e Mia Farrow, le storiche immagini di Liz Taylor e Richard Burton, lo stile di Valentino Garavani e lo splendore di icone come Massimo Serato, Sandra Milo, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Alberto Sordi e Monica Vitti. Con lo stesso identico sguardo clinico, Pizzi sapeva spogliare il potere politico della sua aura ufficiale, cogliendone il lato più tragicamente umano tra le cene animate di Vittorio Sgarbi, Giulio Savelli e Marina Ripa di Meana, o i momenti privati di Sandro Pertini, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, Gianni De Michelis e Silvio Berlusconi, spesso immortalati in mezzo ad amici come Carlo Verdone, Lino Banfi e Franco Califano.

Negli ultimi decenni, questo suo sguardo sociologico ha trovato il suo naturale compimento nel celebre sodalizio con Roberto D’Agostino e il portale “Dagospia”. L’epopea del “Cafonal” — tradotta in volumi storici come “Cafonal” e “Ultra cafonal” — ha consegnato alla storia un ritratto collettivo, spietato e tragicomico, dei vizi della classe dirigente e della mondanità romana. 

Con Umberto Pizzi se ne va un pezzo di storia d’Italia. Se ne va l’ultimo grande Caronte di un’era in cui la pellicola fotografica non cercava il mi piace digitale, ma sapeva, semplicemente, graffiare l’anima del potere.

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