Gino Cecchettin: la narrativa come cura del lutto

La sua esperienza con la scrittura di “Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia”

Al Salone del Libro di Torino arriva la presentazione di Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, libro scritto da Gino Cecchettin e Marco Franzoso, pubblicato da Rizzoli. 

Domenica 13 maggio, nella Sala Azzurra del padiglione 3 del Salone, Annalisa Cuzzocrea dialoga con i due autori e indaga i motivi che hanno spinto Cecchettin ad esporsi nella scrittura di questo libro come mezzo per provare a dare un senso e uno scopo al suo dolore. 

L’11 novembre 2023, Giulia Cecchettin viene assassinata dall’ex fidanzato Filippo Turetta. La sua morte fa rumore in tutta Italia, diventando “il simbolo del femminicidio”, come afferma Cuzzocrea, in particolar modo grazie alle parole di Elena Cecchettin e alla sua capacità di analizzare la causa della morte della sorella e darle un nome preciso: patriarcato.

Una parola che ha turbato anche Gino Cecchettin, il quale, in un dialogo con la figlia Elena, si è chiesto cosa c’entrasse con la morte di Giulia. Una domanda che lo ha spinto ad aprire il dizionario e cercare la voce “patriarcato” e scoprire che non si tratta solo di “una forma di governo familiare dove il capofamiglia decide”, ma di un sistema sociale in cui gli uomini detengono il potere, limitando la libertà delle donne. 

La particolarità di questo femminicidio risiede nei valori che, oltre al lutto e al dolore personale e collettivo, sono stati trasmessi a livello sociale. Dei valori che hanno fatto rumore a partire dall’interno della famiglia stessa, che ha deciso di trasformare la sofferenza in una causa comune ed è per questo che noi tutte riusciamo a identificarci ed empatizzare con questa perdita.

Il filo conduttore del dialogo tra gli autori e Cuzzocrea è proprio l’elaborazione del dolore e la trasformazione di esso in qualcosa di utile alla collettività, a partire da degli interrogativi che gli adulti dovrebbero porsi. Come specifica il coautore, Marco Franzoso, egli sentiva la necessità di raccontare questa storia come “un ponte lanciato dentro il mondo”, indagando la sensibilità paterna e tentando di rispondere alla domanda: “Dove abbiamo sbagliato noi adulti? Perché molto spesso non riusciamo ad intercettare il mondo interno dei nostri figli?”. 

Da qui nasce il dialogo tra i due autori che hanno cercato di scavare dentro alla loro sensibilità di padri, tentando di ricostruire dei ponti alla ricerca di un ascolto e una riconciliazione con l’emotività dei ragazzi e delle ragazze. Cecchettin e Franzoso mettono in evidenza una cura paterna diversa, lontana dalla visione di paternità patriarcale, ma delicata e propensa al cambiamento che deriva dal rapporto con le giovani generazioni. Gino Cecchettin, infatti, racconta diversi aneddoti in cui Giulia gli ha insegnato ad essere “un po’ meno maschio alpha”, a gestire la rabbia e a dare valore al tempo di qualità. 

Grazie all’ascolto del suo dolore e all’apertura verso la sua sensitività, Cecchettin ha avuto la possibilità di elaborare il lutto attraverso la scrittura; d’altronde, non è la prima volta in cui la narrazione diventa una possibilità di cura. Lo stesso è avvenuto attraverso i suoi racconti su Giulia, non solo fissando i suoi racconti su di lei, ma percependo il libro come “continuazione” della loro vita e come possibilità di felicità per lui e i suoi figli.

La speranza è il leitmotiv dell’incontro con Cecchettin e Franzosa. Una speranza che nasce da un racconto profondamente doloroso ma utile. Il racconto di una vita, anzi, centinaia di vite, spezzate a causa di un “problema senza nome”, che un nome invece  ce l’ha; ed Elena Cecchettin l’ha pronunciato chiaro e forte.

“Per la prima volta nella vita ho voluto fare qualcosa per gli altri”, conclude Gino Cecchettin presentando la Fondazione Giulia. Un progetto con l’obiettivo di combattere la violenza di genere avviando una sensibilizzazione pubblica, oltre a fornire un servizio di supporto alle vittime. La fondazione ha come scopo quello di promuovere un’educazione e una consapevolezza della violenza di genere attraverso la formazione nelle scuole secondarie.

La perdita di Giulia, “portatrice di valore aggiunto”, l’attraversamento del dolore e la risoluzione in speranza, hanno permesso a Gino Cecchettin di fornire lui stesso dei valori nuovi alla sua generazione. Ne è esempio la sua figura genitoriale che si allontana dall’immagine patriarcale di un uomo duro e impenetrabile, ma si avvicina al desiderio di ascolto e di comprensione come elementi utili per rispondere alla domanda: “Ma io cosa posso fare per migliorare le cose?”

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