Guerriglia urbana e piazze devastate: quando il disordine calpesta la civiltà 

Le immagini che arrivano da Milano e Parigi nelle ultime ore restituiscono lo scenario desolante di città messe a ferro e fuoco. Quella che doveva essere una mobilitazione legata a tematiche sociali si è trasformata, in particolar modo nel cuore del capoluogo lombardo, in una dimostrazione di pura violenza gratuita, lasciando dietro di sé vetrine infrante, barricate e cumuli di macerie.

A Milano, l’assalto a Piazza Duomo è stato condotto da frange di giovanissimi, descritti dalle cronache come compagini auto-organizzate delle periferie e nuclei legati ai contesti dei centri sociali e della sottocultura dei cosiddetti “maranza”. Vestiti di nero e a volto coperto, hanno trasformato il centro cittadino in un campo di battaglia urbano: sassaiole contro le forze dell’ordine, ordigni rudimentali, furgoni blindati danneggiati e persino un’auto dei Carabinieri presa d’assalto. Il bilancio finale parla di una sessantina di fermati — di cui circa la metà minorenni — e ben 25 feriti. Uno schema speculare si è visto contemporaneamente a Parigi, dove la devastazione metodica di intere strade ha portato a oltre 1.200 fermi sul territorio nazionale e al ferimento di centinaia di agenti.

Davanti a uno scempio di tale portata, che colpisce direttamente la sicurezza pubblica e il decoro urbano, torna alla mente una riflessione storica di straordinaria attualità politica e culturale. Era il 1968 quando Pier Paolo Pasolini, commentando i celebri scontri di Valle Giulia, spiazzò l’intellighenzia dell’epoca schierandosi apertamente con i poliziotti. Pasolini definì gli agenti come i “veri proletari”, figli di famiglie povere, venuti dalle campagne per un salario minimo e costretti a subire la violenza di giovani borghesi viziati e radical chic, che si atteggiano a ribelli con il sedere al caldo.

Quella lezione pasoliniana risuona oggi come un severo monito. La tendenza di una certa parte della sinistra a giustificare o a guardare con indulgenza queste derive — definendo talvolta “legittime” le istanze di fondo pur condannando formalmente la violenza — evidenzia una profonda distanza dalla realtà dei cittadini comuni. Chi difende o tollera il disordine si dimentica che le prime vittime dei saccheggi e dei blocchi sono proprio i commercianti, gli artigiani, i pendolari e le forze dell’ordine: in altre parole, i lavoratori onesti che mantengono il Paese.

La trasformazione delle manifestazioni in trappole urbane orchestrate per colpire lo Stato non ha nulla di sociale o di progressista. Quando la protesta cede il passo al vandalismo e alla criminalità da strada, non c’è spazio per le attenuanti sociologiche. Diventa evidente la necessità di un ripristino rigoroso della legalità e di interventi fermi, capaci di coniugare la sanzione penale con una seria rieducazione di chi confonde il diritto al dissenso con il diritto alla devastazione.

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