Historia magistra vitae: 410 d.C., tra mito e storia

«È la volta di Alarico, che assedia, sconvolge, irrompe in Roma trepidante[…] E perché nessuno potesse dubitare che tanto scempio era stato consentito ai nemici al solo scopo di correggere la città superba, lasciva, blasfema, nello stesso tempo furono abbattuti dai fulmini i luoghi più illustri dell’Urbe che i nemici non erano riusciti ad incendiare.» Orosio, Historia contra paganos, VII, 39.

Così, lo storico latino del V secolo racconta la presa di Roma da parte del goto Alarico. In un climax ascendente descrive l’ invincibile Urbs come una fanciulla trepidante di paura. Ne ricorda gli incendi che distrussero alcuni settori della città e poi, come descrive l’autore, fulmini mossi dalla mano divina, si abbatterono sui luoghi sacri di Roma, distruggendoli.

Innumerevoli le fonti coeve che riportano l’accaduto, «E tutto ciò che nella recente sconfitta di Roma è stato commesso di rovina, uccisione, saccheggio, incendio e desolazione è avvenuto secondo l’usanza della guerra.» Agostino, De civitate Dei; «In quell’assedio di Roma gli abitanti furono ridotti a mangiarsi l’un l’altro.», Olimpiodoro, Fragmenta; «Se Roma perisce, chi mai si salverà?», Girolamo, Lettere. Cò che le accomuna è lo sguardo attonito ed esterrefatto, quasi annichilito difronte alla presa della città.

La storiografia moderna si è approcciata alle testimonianze storiche tentando di comprendere quanto effettivamente siano affidabili. Allo stesso modo gli studi archeologici si sono concentrati sul cercare le tracce materiali del passaggio dei Goti, portando alla luce una realtà ben diversa da quella descritta… ma andiamo con ordine. Per capire un evento epocale come quello del 410 è necessario delineare gli antefatti storici.

 LA PERSECUZIONE DEI SEGUACI DI STILICONE ED IL MASSACRO DELLE FAMIGLIE BARBARICHE

Alla morte di Stilicone, decapitato nell’agosto del 408, la carica di magister officiorum fu ricoperta da Olimpio che ottemperò all’epurazione dell’élite aristocratica mosso da una furia cieca. Egli, infatti, torturò ed uccise chiunque fosse sospettato di aver cospirato con Stilicone, e, per mezzo del tesoriere Eliocrate ordinò la confisca delle proprietà di tutti coloro che avessero assunto alcuna carica nel periodo della reggenza del Vandalo.

La città fu macchiata di orrori e sangue pochi giorni dopo la decapitazione del generale. Quando giunsero a Roma le notizie dei fatti di Ticinum, del massacro degli amici di Stilicone e, infine, dell’esecuzione dello stesso generalissimo, la tensione lungamente accumulata scoppiò con violenza terribile. Tutto l’odio e la paura che i Romani avevano accumulati negli ultimi anni;  le interminabili giornate d’ansia quando Alarico e Radagaiso sembravano avanzare irresistibilmente,  come forze della natura, verso l’Urbe, trovarono tumultuosamente una via di sfogo. Allora cominciò un nuovo massacro. In città non c’erano praticamente truppe barbare in quel momento; esse erano ordinariamente tenute  nel nord Italia, e comunque fuori di Roma, per ragioni politiche. C’erano però un gran numero di donne e di fanciulli germani -le mogli ed i figli degli ufficiali e dei soldati foederati, e su di essi che  si  scatenò il furore del partito nazionalista italico. Furono i  soldati romani di  stanza in città (Zos., V,35, 5), in preda a un demone di distruzione,  a dar mano alla strage;  ad essi si unì,  molto probabilmente,  anche una parte della popolazione. Ovviamente, tale evento può spiegarsi solo se si ammette che uno stato di tensione latente fosse esistente tra queste ed il resto della popolazione.

Ad ogni modo, alla notizia, i barbari superstiti decisero all’unanimità di unirsi ai Goti nella guerra contro Roma. Alarico fu così rinforzato da trentamila truppe barbare che lo eccitarono per vendicare l’uccisione delle loro famiglie.

NEGOZIAZIONI FALLITE TRA ALARICO E RAVENNA

La volontà di Alarico non fu primariamente di aprire un conflitto con Roma e tentò di giungere a un accordo di compromesso. È necessario, dunque, sfatare un mito: Alarico non invase l’Urbe per vendicare Stilicone e l’eccidio di donne e fanciulli. In primo luogo, è sicuramente anacronistico ritenere che la morte di persone di stirpe ostrogota, vandala, franca, alana ed in minima parte unna, fosse sufficiente a far nascere un sentimento di fratellanza razziale e di patria, tra i barbari del V secolo; in secondo luogo, è probabile che Alarico ritenesse una benedizione la morte del generale Stilicone, un’opportunità per sostituirlo come nuovo generale di Onorio.

L’imperatore, che sicuramente non è ricordato dalle fonti per la sua intelligenza, non accettò le condizioni di pace. A tal proposito, basti pensare al famoso passo di Procopio sulla reazione di Onorio alla caduta di Roma: «Si narra che a quel tempo l’Imperatore Onorio ricevette un messaggio da uno degli eunuchi […] che Roma era perita. Ed egli chiese, “Ma se ha appena mangiato dalle mie mani!” Infatti aveva una gallina di nome Roma; e l’eunuco, comprendendo le sue parole, specificò che era la città di Roma che era perita per mano di Alarico, e l’Imperatore in segno di sollievo rispose immediatamente: “E io che avevo capito che era perita la mia gallina Roma”. Così grande era la stoltezza, essi riferiscono, posseduta da questo Imperatore.».

Inoltre, le fonti ricordano le “condizioni di pace proposte da Alarico” ma, effettivamente non vi fu mai guerra aperta tra i romani ed i Goti, allora perché Zosimo racconta che “(Alarico)ricordandosi dei patti stipulati da Stilicone, chiese la pace”? 

Evidentemente egli  doveva rendersi  conto che,  pur se non si era ancora combattuto, né si era versato del sangue, uno stato di guerra latente doveva esistere  come  conseguenza dei suoi movimenti minacciosi  attraverso le province occidentali.  Anzi, il fatto che  tale guerra non fosse iniziata data da tempo, e precisamente da quando i Visigoti avevano lasciato l’Epiro per risalire verso la valle della Bava superiore, era da imputarsi unicamente alla debolezza militare dei locali governatori romani, che non avevano potuto o voluto contrastare quella marcia non autorizzata da Ravenna.                       

Alarico chiedeva in sostanza, insieme al permesso di trasferirsi dal Norico in Pannonia, l’assegnazione di una sede stabile e definitiva per il suo popolo in quella regione. Chiedeva insomma il riconoscimento dello status di foederatus non in quanto comandante di  truppe erranti, ma in quanto capo di un popolo deciso a ottenere una patria definitiva; e questo entro i confini dell’Impero.

L’inetto ministro officiorum Olimpio si trovò a gestire una situazione spinosa e complessa, da una parte, infatti, riconosceva la necessità politica di un accordo, dall’altra non poteva stipulare un’alleanza con un barbaro, avendo fondato il suo programma politico in chiave fortemente antigermanica in opposizione e in discontinuità con quello di Stilicone.

IL SACCO DI ROMA

Alarico, contrariamente a come descrive una certa storiografia, non intraprese la strada di Roma a cuor leggero né con con l’assoluta padronanza e sicurezza che solitamente gli vengono attribuiti. Egli, infatti, nonostante poi i piani cambiarono, inizialmente chiamò il fratello della moglie Ataulfo per assicurarsi una schiacciante superiorità numerica.

La mancata attesa dei rinforzi e la rapidità di attacco del re Goto fu mossa, più che dalla previsione di un successo quasi incruento, dal desiderio di prevenire il concentramento dell’esercito romano. In particolare, era per lui essenziale valicare i passi alpini prima che l’avversario avesse il tempo e il modi organizzarli a difesa. La discesa verso il sud fu così veloce e rapida che Alarico,  audacemente, concepì un piano  grandioso: avrebbe marciato a tappe forzate direttamente  contro Roma, disdegnando ogni altra città incontrata sul cammino, Milano e Ravenna comprese, evitando in ogni modo la battaglia campale che avrebbe logorato fisicamente e moralmente le sue truppe per arrivare nel più breve tempo possibile fin sotto le mura della Città Eterna, dove avrebbe potuto dettare condizioni di pace ben più onerose di quella appena rifiutate da Onorio.

Tornando alle fonti, è ben comprensibile come, una marcia così straordinaria e fulminea, la sua apparizione sotto le mura di Roma doveva necessariamente apparire agli animi  sgomenti dei Romani  come  un castigo divino. E fu cosi infatti che intesero la cosa tanto i pagani  quanto i  cristiani,  scaricandosi gli uni gli altri,  sintomaticamente,  la responsabilità delle  sciagure presenti. Per i primi era l’abbandono del culto avito,  la chiusura dei templi,  l’allontanamento della statua della Vittoria dall’aula del Senato  che  avevano scatenato l’ira degli dei;  per i  secondi era l’adesione  superficiale  al cristianesimo,  il persistere  dei vizi antichi, delle smodate passioni circensi, della cupidigia,  dell’avarizia e della superbia delle  classi elevate.

Sono i primi di agosto del 410, Roma è stretta dalla morsa del torrido sole leonino.  Dall’alto delle mura aureliane i cittadini  stretti dall’angoscia e dalla disperazione, videro i barbari  avanzare come  un esercito di  cavallette e  disporsi  con allarmante alacrità intorno alla città per assedio totale, tagliando ogni possibilità di fuga e rifornimento.

Al contempo, Alarico, sotto le mura di Roma, è perfettamente conscio che il suo destino e fama sono legati alla presa di quella città che giaceva come simbolo di imperitura gloria sui dolci declivi a ridosso del Tevere.

Nella soffocante calura di agosto che faceva incombere sempre più da presso lo spettro della pestilenza sulla città affamata,  il Senato raccogliendo il pesante  fardello di un’autorità da troppo tempo obliata aveva deciso la resistenza ad oltranza. La città semivuota,  allucinata,  lottava un’impari battaglia su due fronti: i barbari, atavici nemici, all’esterno, gli  orrori della fame e  le mille paure del tradimento da parte di pagani ed ariani, all’interno. 

Il terzo assedio di Roma, nell’agosto del 410, fu forse il più drammatico per la stremata popolazione,  ma certamente  fu anche, il più breve, poiché non dovette  durare più di  tre  settimane. La facilità con cui Alarico espugnò la città fu disarmante, talmente facile da portare gli antichi a sostenere la tesi che Roma fosse stata presa con il tradimento.Sozomeno è esplicito su questo punto:  «Alaricus… Romam iterum obsessam proditione  cepit»  (IX, 9, cit.,  p. 811).  Anche Procopio di Cesarea,  nella sua Storia della guerra vandalica,  sostiene  che Sèma venne presa col tradimento, ma accredita nello stesso tempo, senza rilevare apparentemente l’incongruenza,  due  differenti versioni.  Secondo la prima (I, 2) Alarico,  fingendosi  stanco dell’assedio,  avrebbe  un giorno levato il campo con tutti i suoi e  sarebbe partito, non senza prima inviare  al Senato in pegno di pace  300 giovanotti goti che più tardi,  al momento stabilito,  trucidarono le  sentinelle e gli  aprirono la porta Salaria. La seconda (I, 27)  indica la responsabile  del tradimento in Faltonia Proba, una delle nobili più ricche e in vista di Roma, vedova del famoso Sesto Anicio Probo.  In questo caso il movente  della donna sarebbe  stata unicamente la pietà verso i  suoi concittadini»  quando ella vide  che la fame li  stava spingendo a divorarsi l’un l’altro,  decise  di aprire la porta ad Alarico per abbreviare le inaudite sofferenze della popolazione.  Sebbene le versioni siano immaginifiche, è probabile ritenere che la città cadde  con il tradimento,  in quanto si ha la totale assenza di  qualunque memoria relativa a fatti d’armi o assalti dei barbari  contro le mura, come, al contrario, avviene per l’incursione di Ricimiero. Inoltre, San Gerolamo riporta come Roma venne conquistata nel cuore della notte,  citando il profeta Isaia ( XV, 1):  «Nocte Moab capta est,  nocte cecidit murus ejus.  Deus, venerunt gentes in haereditatem tuam,  polluerunt templum sanctum tuum …» (   (Ep. ad Principiam).  Il che rafforza la tesi di un’azione di sorpresa,  probabilmente  favorita dall’interno, non certo quella di una battaglia notturna,  che  sicuramente non ebbe mai luogo.

È la notte dal 23 al 24 agosto e la città giaceva addormentata in un greve  sonno carico di sinistri presagi. La campagna romana si estendeva dinanzi alle sentinelle stremate che osservavano con il cuore gonfio di rassegnazione i fuochi dell’accampamento nemico brillare in lontananza. Fu proprio allora che la porta Salaria venne  aperta silenziosamente, eliminate le poche  sentinelle, introdotti in città i nemici.  La maestosità di una Roma addormentata s’impose agli occhi dei primi Visigoti che  oltrepassarono la porta, i marmi degli edifici emanavano un candido bagliore, inconsci della sorte della città eterna. Il silenzio della notte venne rotto dalle prime urla di  terrore e di incitamento e i Romani si destarono allibiti nelle loro case. Dai quartieri  settentrionali  della città proveniva un confuso tramestio, mentre  si levavano nel buio i bagliori dei primi incendi, ingigantivano,  si moltiplicavano.

Per tre volte il sole sorse ed il tempo era scandito solo dalle grida delle donne violente, dai pianti dei bambini ed i gemiti dei soldati feriti.

Poi, tutto tacque.

I barbari si ritirarono carichi d’oro e di fama.

Sebbene le fonti antiche parlino di distruzione delle città, di “barbari che camminano sulle ceneri”, in realtà, l’archeologia ha gettato luce sugli effettivi danni alla città che risultano molto più contenuti e localizzati, funzionali ad una strategia di distruzione selettiva e dimostrativa

Tenendo presente che l’assedio durò solo tre giorni e che l’intento di Alarico era una dimostrazione di forza è ovvio che i barbari attaccarono il centro nevralgico della città: il Foro, il Quirinale ed il Pincio, aree ricche di domus aristocratiche.

Per rendere l’idea della grandiosità di queste costruzioni, basti citare le parole di Olimpiodoro, “Est Urbs una domus mille Urbes continet una Orbs.”.  In ciascuna di queste, infatti, si trovava tutto ciò che  può offrire una città di modeste  dimensioni, dall’ippodromo al foro,  dal tempio ai bagni. È necessario ricordare che molte famiglie romane  avevano una rendita annua di 4 milioni d’oro,  senza contare  il  frumento,  il vino e  in genere  i  prodotti naturali, ricchezze nemmeno paragonabili ai moderni miliardari.

Per rendere l’idea della grandiosità di queste costruzioni, basti citare le parole di Olimpiodoro, “Est Urbs una domus mille Urbes continet una Orbs.”.  In ciascuna di queste, infatti, si trovava tutto ciò che  può offrire una città di modeste  dimensioni, dall’ippodromo al foro,  dal tempio ai bagni. È necessario ricordare che molte famiglie romane  avevano una rendita annua di 4 milioni d’oro,  senza contare  il  frumento,  il vino e  in genere  i  prodotti naturali, ricchezze nemmeno paragonabili ai moderni miliardari.

Il sacco di Alarico è l’esempio cogente di una sensazionalistica espressione di forza, un “colpo al cuore” dell’impero, la cui fama supera di gran lunga l’ effettiva risultanza monumentale di tali distruzioni.

Al di là della ricostruzione storica degli eventi, che per alcuni può sembrare un mero esercizio storiografico, ciò che colpisce è la reiterazione dello schema seguito da Alarico e la strabiliante somiglianza, con le dovute e necessarie differenze, del periodo tardoantico e della nostra era.

Essenzialmente la presenza di pressioni allogene che premevano per essere riconosciute da un ordine precostituito su cui alleggiava un’aurea di superiorità culturale, le forti differenze economiche e religiose, ricordano molto da vicino quello che continuamente si ripropone nella storia mondiale contemporanea.

Ed allora, l’attacco delle truppe islamiche a Palmyra non sembra così diverso, a livello teorico e concettuale, a quello di Alarico: “colpire al cuore” per essere sempiterno monito e per dimostrare la debolezza intrinseca di una cultura i cui valori vacillano perché in mutamento. Appare meno insolita e incoerente la scelta di attaccare Parigi, centro di una nazione liberale e laica come la Francia, nel cuore dell’Europa, ed in particolare attaccare il Bataclan, simbolo di valori che, per gli estremisti islamici, vanno erasi e sostituiti.

Forse potrà sembrare un’elocuzione retorica ma la storia assurge nuovamente a magistra vitae e solo conoscendola in maniera approfondita, non una storia événementielle ma sviscerandone le cause profonde sarà possibile avere uno sguardo critico sul presente e sul futuro prossimo.

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